Il 20 settembre 2008, Jacques-Alain Miller era a Londra. Rispondeva all’invito della London Society della New Lacanian School, che aveva organizzato un “Forum delle professioni impossibili” per contrastare un progetto del Consiglio delle professioni sanitarie volto a regolamentare le professioni “psi”.
Sapendo che si rivolgeva a un pubblico composto da professionisti e persone provenienti da diversi ambiti, J.-A. Miller aveva concepito il suo intervento come una chiacchierata informale. Al momento di autorizzarne la pubblicazione, ci confessa di trovarlo talvolta maldestro, al punto da rimpiangere di non aver avuto il tempo di rivederlo. Il contenuto, invece, gli sta bene.
Il titolo scelto non è una traduzione letterale di quello della giornata di studio (“Beyond the False Promises of Security). Abbiamo preferito riprendere quello del video dell’intervento così com’è presentato su Lacan Web Television[1] e mettere quindi l’accento sul “benessere” che J.-A. Miller sviluppa qui e di cui denuncia le “false promesse”.[2]
[1] https://www.youtube.com/watch?v=JOMnV__r_dM
[2] L’intervento di J.-A. Miller è stato pubblicato ne La Cause du désir, Silences, n. 121, janvier 2026 (pp. 10-17).
False promesse del ben-essere
Jacques-Alain Miller
L’inconscio, sapere o credenza?
Credete, si o no, all’inconscio? A qualcosa che assomiglia più o meno a quello che Freud ha chiamato l’inconscio? Evidentemente, il positivismo, il cognitivismo, l’ideologia che domina in questo inizio del XXI secolo non ci crede. Considera l’inconscio come un concetto fuori moda, una illusione, una reliquia del secolo scorso. Come se fosse superato, come se Freud fosse superato.
Il termine “credenza” conviene alla posizione dell’inconscio? Non sarebbe meglio parlare di “sapere”? Knowledge and Belief (Sapere e credenza) è il titolo di una celebre opera del logico Jaakko Hintikka. Sosteneva che tra la credenza e il sapere c’era una netta separazione. Lacan non ne era così certo. Infatti, alla radice di ogni sapere si trova una credenza, un atto di fede. Anche in Euclide. Ci vuole un assioma di partenza, vi ci vuole qualcosa che si suppone vada da sé, che non mettete in questione, a partire dal quale potete cominciare a dedurre.
Per Wittgenstein, ad esempio, alla radice di ogni conoscenza vi è una pratica, un modo di vita. E per Lacan c’è, alla radice dell’inconscio, una supposizione: qualifica l’inconscio come “soggetto supposto sapere”. Anche per Freud l’inconscio aveva valore solo come ipotesi. Ha cercato, del resto, di trasmettere degli elementi che corroborano questa ipotesi senza riuscire ad apportare delle prove determinanti. Così l’inconscio rimane un’ipotesi che non si può refutare. È qui che risiedeva il principale punto debole della psicoanalisi secondo Karl Popper: l’interpretazione in psicoanalisi non è confutabile.
È un punto debole, certo, ma c’è una grande distanza tra l’esistenza di qualcuno o di qualcosa e la prova di questa. In psicoanalisi ci capita di incontrare soggetti che hanno bisogno di mettere alla prova la propria esistenza. Incontriamo persone che non hanno affatto l’impressione di esistere nonostante il fatto che vivano, lavorino, dormano, amino. Non hanno la prova di esistere veramente. Capita che una di questa dica: “Ho l’impressione di non esistere affatto” o “Ho l’impressione che non esisto per qualcuno” o “Ho l’impressione che non esisto per gli altri” o anche “Non sento di esistere come donna nonostante sia una donna” o pure “nonostante sia un uomo” – capita anche questo.
L’esistenza può quindi andare di pari passo con una mancanza di prove. Condurre un’esistenza basata su delle prove è un duro lavoro. Fare un auditing di se stessi è difficile. Capita, quindi, che si faccia appello a un analista per essere aiutati in questo auditing di se stessi. Potrebbe essere un modo di presentare la psicoanalisi: l’analisi come la ricerca di prove dell’esistenza. Potremmo riorganizzare l’analisi per farne un’analisi fondata sulle prove.
L’inconscio non è un’entità oggettiva. L’inconscio sta in un’apertura. Potete averne solo delle testimonianze, dei segni della sua esistenza attraverso gli atti mancati, i lapsus, le défaillances del vostro comportamento. È solo in un battito, in un intervallo che si può, non catturarlo, ma averne uno scorcio fugace. Ora, questo interstizio può essere otturato. L’inconscio esisteva, ovvio, prima della psicoanalisi, ma nessuno vi prestava attenzione. Era cancellato, deificato oppure utilizzato per altri scopi. Freud ha mostrato che l’inconscio si apre e si chiude, non parla tutto il tempo. L’inconscio parla e tace. E, in questo inizio di XXI secolo, l’ideologia dominante nelle nostre democrazie moderne si sforza di far tacere l’inconscio. Le promesse di sicurezza e felicità fanno parte di uno sforzo volto a mettere a tacere l’inconscio.
Senza padrone, ma non senza ascoltatore
L’inconscio freudiano dipende dall’ascoltatore. Senza ascoltatore, come sapere che l’inconscio parla? Nel momento in cui si scatena una psicosi interpretativa, ad esempio, tutto comincia a fare segno al paziente. Tutto comincia ad avere un senso, e questo senso in genere è minacciante. Il paziente si mette a leggere le contingenze del mondo come delle necessità. “Non è un caso se quel signore passa per strada”, “non è un caso se quella persona mi ha guardato”, “non è un caso…”. Il mondo assume un senso delirante a partire dal quale il paziente interpreta ciò che avviene. Quando è guarito, o pacificato, non interpreta più tutto quello che capita; capita e basta. Non parla più.
Con Freud abbiamo appreso a leggere l’inconscio, a leggere i sintomi, a considerarli come un testo, con dei sottotesti e dei sotto-sottotesti. Perché l’inconscio parli, ci vuole qualcuno che ascolti. Ci vuole un “audit” nel senso etimologico del termine: “ascolto”. Se sopprimete l’ascoltatore, non sopprimete comunque l’inconscio. Al contrario, lo nutrite, e intensificate, esacerbate la pulsione, la pulsione di morte. Pertanto, la ripetizione, invece di essere parlata, è agita. È proprio quello a cui assistiamo oggi: il nostro mondo è in preda a una potente pulsione di morte in nome della sicurezza e della salute. La base comune di queste ideologie securitarie è di sopprimere la psicoanalisi. La morte della psicoanalisi è al cuore del desiderio cognitivista. Quando Lacan elabora lo schema del discorso analitico, mostra molto semplicemente che non si può controllare l’inconscio. D’altro canto, alla fine di un’analisi, non si acquisisce nessuna padronanza dell’inconscio. Non c’è padrone dell’inconscio. Nessun “padrone dell’universo”, come ci insegnano quei traders che si sono fatti sorprendere, proprio questa settimana, dall’inconscio dell’economia, per così dire. Una congiunzione sconosciuta di fattori ha portato a una sorpresa mondiale.
Non siete, quindi, al riparo dalle sorprese dell’inconscio, anche se siete analizzati. Diciamo che siete informati sul vostro inconscio. Si suppone che siate in grado di leggerlo. Al contempo, è difficile dire cos’è l’inconscio di una persona analizzata. Non è uguale a quello di una persona che non è analizzata. Ma non è facile esplicitarlo. In un certo senso, si è anche ridotto, non foss’altro che, quando terminate la vostra analisi, siete più anziani – e sensibilmente più anziani – rispetto a quando l’avete cominciata. Di modo che non sapete se è l’effetto dell’età o dell’analisi. Ma, in un certo qual modo, l’analisi semplifica l’inconscio, parla più chiaramente, potete leggerlo, ricevere i suoi messaggi.
Per quanto mi riguarda, faccio molte cose in funzione del mio inconscio. Per esempio, ho molta fiducia nelle idee che emergono al mio risveglio. Si presentano due o tre idee e credo – è una credenza – che devo fidarmi di queste idee. Non si tratta di acquisire una padronanza di sé, quel self-control che vi insegnano a scuola. Non si tratta di quella disciplina che hanno forgiato per voi, che vi è stata inculcata e che intensifica le pulsioni. Al contrario, nella seduta analitica, allentate le esigenze rigorose della padronanza di sé: potete dire quello che volete, dovete dire quello che vi viene in mente. Quello che è proibito nella vita corrente è quindi permesso in analisi. Siete invitati a parlare dei vostri desideri inconfessabili e, se non lo fate, i vostri sogni parleranno per voi.
Secondo Freud, nell’inconscio, siamo tutti dei criminali. È quello che significa il complesso di Edipo: tutti nascono criminali, non sul piano legale, ma sul piano analitico. L’analisi dà al soggetto un permesso, il permesso di essere quello che è e, in questo senso, la psicoanalisi è antisociale, è vero. La psicoanalisi è una parte antisociale della società.
Non si ottiene, quindi, la padronanza di sé tramite l’analisi, ma si acquisisce, direi, la capacità di dialogare con il proprio inconscio, di lavorare con lui. Queste sarebbero le vere promesse della psicoanalisi, se vogliamo utilizzare questa espressione.
Disagio nel ben-essere
“Le false promesse della sicurezza” è un titolo molto pertinente per questa giornata di studio. E sono d’accordo nel dire che il termine “sicurezza” è quello che Lacan chiama un significante-padrone. È una parola chiave dell’ideologia dell’inizio del XXI secolo. Non so se sia “la” parola chiave, ma fa parte di un insieme di parole chiavi. In un certo qual modo, la “sicurezza” come parola chiave è la trasposizione di quella che è la certezza nella logica matematica. E l’imperativo securitario è un tutt’uno con l’imperativo sanitario. Questi sono i valori supremi della nostra epoca: “Assicureremo la vostra sicurezza e la vostra salute; vi proteggeremo perché noi proteggiamo la vita.” E, in fin dei conti: “Renderemo la vostra vita molto infelice per poterla proteggere e assicurare il vostro benessere”. È quello che Freud chiamava il disagio delle civiltà.
Non parlava di insoddisfazione, ma di Unbehagen, di disagio. Non si tratta del “benessere”, ma del “malessere” della civiltà. Per questo motivo, la parola d’ordine delle nostre società sviluppate è: “assicureremo il vostro benessere”. Dal nostro punto di vista, è la prova della fondatezza dell’espressione di Freud. Proprio perché c’è un disagio della civiltà lo slogan è: “assicureremo il vostro benessere”.
Ora, cos’è la salute? Secondo una vecchia definizione, è “il silenzio degli organi”. La salute è “il corpo che non parla”. Quindi, dal punto di vista sanitario, il desiderio è una malattia. Questo culto della sicurezza e della salute, di fatto, è una dichiarazione di guerra alla pulsione di morte. Mira a trasformarci in soldati, in crociati, che militano per il benessere. Un’esteriorità si annida al cuore stesso del vostro spazio protetto, laddove credete di essere protetti. Un’esteriorità si annida nel più intimo. È lo statuto dei fenomeni freudiani: colpiscono dall’interno. Là dove credete di essere sicuri della vostra volontà, del vostro essere, del vostro pensiero, qualcuno parla. Ricevete i messaggi senza comprenderli.
Questo è ancora più evidente nella psicosi, quando si materializza sotto forma di quello che lo psichiatra Clérambault chiamava automatismo mentale. Quando il paziente sente delle voci nella testa, scopre che altri sono presenti nel più intimo del suo essere. È “l’extimità” nella sua forma più intrusiva. Lacan ha utilizzato il termine di “extimità” una o due volte, io ne ho fatto un concetto fondamentale poiché dà uno statuto a questa presenza dell’esterno all’interno, che è anche il nemico dell’interno, quello che, in questo inizio di XXI secolo, si cerca di stanare con ogni mezzo. In questo modo, non facciamo altro che intensificare questo fenomeno perché non ne comprendiamo la logica.
Menzionerò un altro punto, senza svilupparlo: per quanto riguarda l’analisi, l’insicurezza fondamentale è l’insicurezza sessuale. Ebbene, per motivi sociologici, questa insicurezza sessuale è sicuramente esacerbata all’inizio del XXI secolo.
Il trucco della valutazione
Bisognerebbe dire qualcosa anche sulla valutazione, che è al servizio dell’ideologia securitaria. Se avessi avuto più tempo, ve lo avrei presentato in tre punti: il numero, il cervello e la casella.
– Il numero rinvia al calcolo generalizzato del mondo. Un cambiamento ontologico ha avuto luogo nelle nostre vite: ormai “essere” è “essere misurabile”.
– Il cervello: tutte le emozioni, significazioni, idee (e anche l’idea di Dio) oggi sono associate sistematicamente a una quantità cerebrale. I fluidi, il sangue, i neurotrasmettitori, l’elettricità, l’amore, gli affetti, Dio: associate una di queste nozioni a una data quantità, misurate e proclamate che sono della stessa natura. Nulla resiste a questa ideologia. Ogni vita umana è presumibilmente quantificabile con questo trucco – non è altro che questo. Ma è un dato di fatto che protestare non serve a niente. Non vi consiglierò, quindi, di specializzarvi nella rabbia impotente. Il disagio si accentuerà. Ecco a che punto siamo. Il disagio aumenterà, quindi anche la psicoanalisi potrà crescere, a condizione che gli analisti sappiano come utilizzare il loro metodo e sappiano posizionarsi in modo corretto. La terapia comportamentale sarà insostenibile nel medio termine. Il disfattismo non è quindi opportuno.
– Il terzo termine della serie è la casella, quella che si spunta sul questionario dove tutto è quantificato. Prendete un’emozione, l’amore per esempio, tracciate una scala da 1 a 5, e chiedete alla persona di spuntare la casella. Con questo solo atto, cominciate a matematizzare il mondo a basso costo e così potete arrivare persino a scrivere un trattato di cinquecento pagine. Tutto questo grazie alla sfortunata casella da spuntare! Questa letteratura e tutto ciò che ne consegue si basano solo su questo trucco.
La valutazione non scomparirà. È una procedura errata, ingannevole, una finzione, ma non scomparirà. Corrisponde a un cambiamento di paradigma e non scomparirà dall’oggi al domani. Dobbiamo quindi agire con astuzia. Poiché il disagio continua a crescere, l’offerta psicoanalitica rimarrà invariata. Poiché le dipendenze sono destinate a persistere nel contesto del calcolo universale, affermiamo che la psicoanalisi è la migliore delle dipendenze possibili.
Più seriamente, le 450 raccomandazioni su cui si pronuncerà la Health Profession Commission (il Consiglio delle professioni sanitarie) costituiscono una minaccia mortale per la psicoanalisi. Soprattutto nel Regno Unito, ma è un pessimo esempio per l’Europa e per il resto del mondo. Quindi, la mia proposta per il futuro sarebbe quella di chiedere alla London Society di organizzare un altro convegno, con i nostri amici e colleghi di altri gruppi analitici, per cercare di porre fine alla minaccia stupida e mortale che rappresentano queste raccomandazioni. Spero che il nostro punto di vista prevarrà. Stiamo cercando di far valere la nostra posizione in Francia dall’inizio dello scorso luglio, e abbiamo buone possibilità di vincere. Perché non provare a vincere anche nel Regno Unito?
Traduzione: Adele Succetti