Simone Barbagallo
La nozione di benessere nasce rispondendo al bisogno postmoderno di salute psicologica. Soddisfatti dalle mutate condizioni socio-economiche i bisogni riguardanti la salute fisica, nell’Occidente della seconda metà del Novecento si passa a bisogni di altro tipo: così, il benessere psicologico viene operazionalizzato dalle scienze psicologiche nella cornice di quello che viene chiamato funzionamento positivo. Il benessere diviene oggetto di studio, affinché possa essere definito attraverso criteri oggettivi e scientifici.
Vengono così elaborati modelli nei quali l’autonomia, l’autodeterminazione, la personalità forte diventano valori positivi in direzione dei quali le scienze psicologiche possono accompagnare le persone. Attraverso la crescita personale le persone possono mettere a profitto il proprio potenziale e i propri talenti, per pervenire a una completa autorealizzazione.
Modelli di benessere, quindi, che assumono valenza universale, che prevedono un certo stile di vita, fatto di abitudini salutari e di comportamenti che è bene adottare. L’individuo viene così concettualizzato come agente attivo della propria esistenza: la promessa è che, purché lo si voglia e ci si applichi con impegno, tutti possono raggiungere il benessere psicologico e vivere felici, ottimizzando al massimo la propria vita seguendo scrupolosamente i consigli degli esperti della salute.
La persona che ottimizza il proprio potenziale ha un locus of control interno, è indipendente, capace di autodeterminarsi e autonoma: tutte caratteristiche che si reggono sulla convinzione che pensieri e azioni di un individuo gli appartengano, e che egli non sia determinato da nulla che sia al di fuori del suo controllo. Ciò che sfugge al controllo deve anzi essere padroneggiato, ed è autonomo chi è capace di auto-regolazione e auto-organizzazione. Se i comportamenti della persona sono frutto di un senso del sé integrato, e non dettati da forze esterne al sé, l’individuo si pretende non diviso, e l’autonomia in questo senso è la sua postura psicologica sana e adattiva.
Che l’autonomia venga adottata come un fondamentale indice di benessere, è operazione conseguente alla forma del capitalismo post-moderno, che produce l’individuo come tipo umano conforme al suo funzionamento. L’autonomia in questo senso può essere letta come il mandato psicologico assegnato all’individuo nella post-modernità.
In questa configurazione storica e sociale, che si fonda sull’idea che le persone pensino e agiscano in quanto individui autonomi, il benessere dipende dallo sfruttamento delle proprie risorse e potenzialità. Manager del sé, gli individui sono costantemente impegnati in una auto-gestione esistenziale in vista del raggiungimento di uno stato di benessere.
“E l’analista intanto?”[1]: la domanda che Jacques-Alain Miller pone a Jacques Lacan in Televisione non cessa di interrogarci. L’analista si fa destinatario degli scarti di questo discorso: ciò che questo discorso ricusa, quel che sfugge al controllo, il singolare del soggetto che si sottrae al mandato psicologico di autonomia. Il reale, in definitiva, che, “per l’appunto, è quel che non va, quel che si mette di traverso su questa carreggiata, e più ancora, quel che non cessa di ripetersi per intralciare il cammino”[2]. Ciò che non riesce a quadrare, i conti che non ne vogliono sapere di tornare, gli inciampi del discorso sono protagonisti dell’analisi: “Il discorso nella seduta analitica non vale se non in quanto esso inciampa o persino s’interrompe”[3]. È nell’inciampo del discorso che la nozione universalizzante di individuo, che ben si presta all’esercizio delle tecniche psicologiche rivolte al benessere, cede il posto all’emergere inatteso del soggetto.
Il ben-dire che la psicoanalisi oppone al ben-essere riguarda cioè non una proposta ortopedica per ripristinare il buon funzionamento dell’individuo, bensì l’ascolto di ciò che compare nel discorso nella forma di un errore, di un inciampo. L’evidenza dell’inconscio si dà come scarto del soggetto rispetto alle proprie rappresentazioni identitarie, e l’analisi mira non a ricondurre ciò che sfugge all’unità dell’Io, ma – come afferma Lacan – ad accompagnare lo slancio del paziente “verso un po’ di reale”[4]: è così che il soggetto si può emancipare dal mandato psicologico di autonomia, per scoprire nell’incontro con il reale la possibilità di un dire singolare, aperto al rischio della contingenza.
[1] J. Lacan, Televisione [1974], in Id., Altri scritti [2001], Einaudi, Torino 2013, pp. 505-538, p. 512.
[2] J. Lacan, La terza [1974], in «La psicoanalisi», n. 12, luglio-dicembre 1992, pp. 11-38, p. 17.
[3] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano [1960], in Id., Scritti [1966], Einaudi, Torino 20022, vol. II, pp. 795-831, p. 803.
[4] J. Lacan, Discorso ai cattolici [1960], in Id., Dei Nomi-del-Padre seguito da Il trionfo della religione [2005], Einaudi, Torino 2006, pp. 65-91, p. 67.