Omar Battisti
Un libro di Walter Siti si intitola Contro l’impegno, Riflessioni sul bene in letteratura. Ascoltando in un podcast una sua intervista su questo lavoro, alcuni elementi mi portano ad associare la questione che pone al tema del nostro prossimo convegno, il ben dire e il ben essere. Walter Siti si chiede se la comunicazione odierna che è diventata un punto dominante da rispettare ad ogni costo non costringa la letteratura ad uniformarsi con dei canoni che non le sono propri, dal momento che la questione di base non è informare o raccontare una storia, ma portare il lettore a scontrarsi con quello che Siti chiama lo spessore della letteratura, che impedisce ogni trasparenza e porta con sé l’ambiguità di ogni messaggio. Siti riporta l’esempio freudiano “non è mia madre” per ricordare come ogni volta che si promuove un messaggio, un’identificazione, questo non può che promuovere il suo contrario. L’esempio delle nefandezze di cattivi personaggi denunciati nei loro misfatti in romanzi e fiction non può evitare che alcuni aspirino ad essere come loro. Questo mi ha portato a pensare come il bene sia un orizzonte che acquista tutt’altro valore se messo in relazione all’essere oppure al dire. Infatti, come la letteratura non può appiattirsi sulla comunicazione, la questione del sintomo non può appiattirsi sulla sua cura. Tra dire ed essere c’è un taglio che occorre produrre per spostare i termini della problematica dal piano della realtà a quello di un’altra scena. Oggi la scommessa per la psicoanalisi si gioca nella possibilità di andare al di là della realtà per far toccare con mano a colui che soffre l’implicazione della sua responsabilità nella sofferenza che vorrebbe semplicemente eliminare.