Arianna Pagliardini

Una nota iniziale

Il significante semplicità ha accompagnato la lettura di questo testo e mi ha messa in guardia. Semplice tracciare la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia? Semplice allora forse il rischio di scivolare dall’una all’altra in un abbaglio, abbaglio che ha a che fare con un comprendere di troppo.

Nella lettura del testo di Miller “Psicoterapia e Psicoanalisi” mi sono fatta orientare da alcune righe tratte da “Dunque, io sono questo”, riprese anche nel suo ultimo “Dunque”. Lì Miller sottolinea come la psicoanalisi, diversamente dalla psicoterapia, abbia a che fare con la logica, per Lacan scienza del reale.

“Non è una cosa da niente, se così è aperta la via (terribile, sì) da Lacan, la via che passa dal terapeutico al logico. Niente ci dice che il logico prevalga sul terapeutico. C’è una tensione tra la terapeutica e la logica. […] Noi cerchiamo zoppicando di arrangiarci con questa tensione.”[1]

Niente garantisce la dimensione analitica, non è mai scontata e l’analista è chiamato costantemente a verificare a posteriori la sua posizione.

Lo sottolinea presto Miller quando, in “Psicoterapia e Psicoanalisi”, introduce la figura del dio Giano bifronte, del quale cogliere il volto della pace o quello della guerra dipende dalla propria posizione. Miller usa i significanti spazio, luogo e momento per dire qualcosa della posizione a partire dalla quale cambia ciò che si guarda e dunque, è ciò che pertiene all’analisi, ciò che si ascolta e ciò che si pratica. Include quindi nella posizione l’elemento tempo, mi viene da dire il tempo soggettivo della propria esperienza di analizzanti. Dipende anche da questo la possibilità di aprire o chiudere la porta dell’analisi per un soggetto.

La cura ha a che fare con la terapeutica e con i suoi effetti, la produzione dei quali pur non essendo ciò che orienta uno psicoanalista, è qualcosa che collateralmente si verifica. Miller ricorda come Freud stesso abbia relativizzato il tema della guarigione e il desiderio di guarire, e questo ci porta a mettere in dubbio e a circoscrivere il termine cura.

Zoppicanti, dunque, ci si arrangia con questa tensione tra terapeutica e logica, tra psicoterapia e psicoanalisi. Tensione che ritrovo nelle due letture antitetiche del detto freudiano wo Es war soll Ich werden. La questione si gioca lì.

Giano

“Ma Giano non è il dio dell’oscillazione immaginaria; la pace e la guerra sono innanzitutto dichiarazioni, enunciati e la porta che viene aperta oppure chiusa è una grande funzione simbolica, forse la funzione simbolica per eccellenza, forse il simbolo stesso del significante il cui minimo è due e che Lacan scrive: S1, S2.”[2]

Do una mia lettura di queste righe dove trovo che Miller suggerisca un punto essenziale nel tracciare qualcosa della differenza tra psicoterapia e psicoanalisi.

La prima agisce, non fuori dal linguaggio, sul piano immaginario. L’Altro a cui il paziente si rivolge è un Altro che sa qual è il bene del paziente, che sa che cosa occorra fare. È nella posizione del maître, maître a cui il paziente è assoggettato. C’è un richiamo allo stadio dello specchio nel sottolineare come nelle psicoterapie si tratti di ricondurre il soggetto all’unità che si suppone perduta, a una sorta di padronanza, di buon funzionamento, assenza di stonature. Tutto questo sotto l’occhio del terapeuta che funge da modello e al quale il paziente si identifica. Miller sottolinea che ogni significante che arriva dall’Altro ha un effetto di identificazione, e che a questo livello la psicoanalisi è psicoterapia, terapia attraverso identificazione.

I post freudiani hanno fatto loro questa interpretazione della scoperta di Freud, snaturando l’evento Freud, come lo chiama Lacan. In questo senso la necessità di ribadire la differenza tra psicoterapia e psicoanalisi non ci è imposta solo dallo Stato e dai suoi protocolli, ma da un certo allontanamento dall’identità freudiana della psicoanalisi.

Un analista rifiuta di usare il potere dell’identificazione che pure opera. È la posizione del grande Altro a cui il soggetto si rivolge a porre la differenza. Un’analisi non poggia sul piano immaginario, operativa è la legge del significante, la legge della differenza che non è al lavoro là dove regna il potere e il cortocircuito dell’identificazione.

Giano, scrive Miller, è l’analista stesso che può aprire la porta della psicoanalisi se rinuncia al desiderio di potere in luogo del desiderio dell’analista, se la passione dell’ignoranza è più forte della spinta a guarire: “Non so ed è per questo che bisogna che tu parli”. Freud relativizza il desiderio di guarire in nome del desiderio scientifico e Lacan, diversamente dagli psicoanalisti che sono venuti dopo Freud, lo segue là dove la funzione del desiderio dell’analista, che introduce, ha a che fare con il desiderio di sapere, altra faccia del desiderio dell’ignoranza.

Più-di-godere

“In nome di che l’analista Giano si fa portiere dell’inconscio? Lo fa a partire dal sapere che ha, che nessuna identificazione può soddisfare la pulsione, che il più-di-godere sfugge all’identificazione e che l’identificazione è in fin dei conti, per il soggetto, il modo per evitare l’incontro con il più-di-godere.”[3]

Questo ignora chi pratica la psicoterapia: che c’è un reale.

La relazione immaginaria opera, nella psicoterapia, grazie al dispositivo simbolico della comunicazione attraverso la promozione di una identificazione in più che restituisca senso e un’illusoria forma compiuta al soggetto. Ignora l’esistenza di una divisione e di una mancanza strutturali al soggetto che parla.

La psicoanalisi opera su un altro piano. Attraverso la caduta delle identificazioni che hanno condotto il soggetto e, insieme, lo hanno costretto lungo il corso di una intera esistenza, un’analisi lo mette di fronte al reale che lo riguarda e a ciò che rimane irriducibile all’operazione di simbolizzazione. È per questo che la psicoanalisi è una terapia dell’incurabile e la posizione dello psicoanalista, come scrive Freud, è al di là del principio di piacere.

L’analisi instaura un rapporto col sapere, attraverso l’invito alle libere associazioni, che produce effetti sul rapporto del soggetto con il proprio godimento. Ciò che avviene in un’analisi, diversamente da ciò che avviene in una psicoterapia, non è un’Io tirato a lucido.[4] Il wo Es war soll Ich werden freudiano si compie dunque con una destituzione soggettiva, con una estinzione del soggetto. È l’Io a divenire Es e non il contrario. La logica non si perde, ed è il godimento e dunque il reale ad esserne pervaso.

“[…] l’oggetto piccolo a è una consistenza che si sostiene dal puro logico. C’è un uso della logica matematica, come per lui prima c’era un uso della Fenomenologia dello spirito, in quanto, dice, la logica attesta un Altro tale che la sua struttura non arriva a ricoprirsi da sé. La logica dunque è testimone del non-ricoprimento dell’Altro, di S(Ⱥ).”[5]

Questo non sussiste e non opera nella psicoterapia dove il reale non esiste, dove il terapeuta non è barrato e dove il soggetto sembra pervenire ad una identificazione con un Altro pieno, ideale. Per la psicoterapia l’Altro dell’Altro esiste.

I doveri dello psicoanalista

Esiste una realtà psichica, questo è comune alle due pratiche, ma se nello psichismo, che rimanda al funzionamento del cervello, trova il suo senso l’idea della guarigione, questo non pertiene invece alla dimensione inconscia dove l’espressione soggetto sano non ha alcun senso.

A partire da questo Miller si domanda cosa debba rispondere la psicoanalisi alla domanda dello Stato avanzata in fondo con l’introduzione della legge Ossicini e propone una risposta a due facce.

La prima ha a che fare con l’effetto terapeutico che pure ha luogo ma che non satura il campo freudiano. Accade che durante l’esperienza di un’analisi la sofferenza legata al sintomo venga meno, accade che il soggetto possa incontrare una certa soddisfazione, accade che muti il rapporto del soggetto con il proprio godimento e che questo produca del benessere. È possibile che questo sia ciò che lo Stato può trattenere dell’eredità freudiana ed è la ragione per cui l’Istituto Freudiano è stato chiamato Istituto per la Clinica, la Terapia e la Scienza. La cura è una finalità tra le altre.

La seconda è una questione che ha a che fare con la possibilità di tradurre l’etica della psicoanalisi in termini di deontologia. Cosa dire, scrive Miller, al pubblico e allo Stato circa i doveri dello psicoanalista?

  1. Essere un analista. Niente garantisce davvero e in modo assoluto che esista dell’analista. Un’analisi personale, certo, che però ha il carattere della confidenzialità dalla quale può uscire nella pratica del controllo, anch’essa confidenziale, e nel dispositivo della passe, anche questo confidenziale. Cosa fare di questa confidenza? Miller sottolinea qui il valore di una scuola in cui questa confidenza possa essere verificata, sempre a posteriori.
  2. Far sapere al pubblico ciò che è uno psicoanalista, ciò che non sa e ciò che può promettere. L’analista è uno che non sa cosa sia necessario per un soggetto, soggetto preso nella sua singolarità, distinto da tutti gli altri, è uno che non promette la felicità. Ma qualcosa che ha a che fare con il far emergere, in quell’essere sulla superficie che caratterizza l’inconscio, il desiderio inconscio del soggetto e la sua modalità di godimento.
  3. La responsabilità di proporzionare gli effetti analitici alla capacità del soggetto di sopportarli. Qui torna in primo piano la tensione tra terapeutica e logica. Si tratta in alcuni casi di moderare gli effetti analitici. Ma Miller si spinge più oltre quando afferma che non è alla portata di ogni soggetto fare l’analisi.

Ancora riprende questa tensione che ci vede zoppicanti quando sottolinea che la frontiera tra suggestione e transfert è ovunque, e che non possiamo mai sentirci estranei al potere e agli effetti della suggestione. Si domanda inoltre quale analista può dire di non aver mai sfruttato l’investimento che gli era stato accordato come grande Altro.

“Dunque si tratta in ogni struttura clinica e in ogni congiuntura drammatica di sapere qual è l’uso legittimo di ciò che Lacan chiama il significante maître, padrone”.[6]

Se Miller ci accompagna in questo zoppicare, Lacan è solido nel sostenere il desiderio dell’analista versus il desiderio di guarire, il desiderio dell’analista nel suo carattere radicale, estremista, addirittura terrorista, scrive Miller. Lacan ci mostra dove Freud fu anche psicoterapeuta evidenziando quelli che furono nella sua pratica i lapsus dell’atto analitico.

 

Una questione dunque, la tensione tra terapeutica e logica, che è opportuno rimanga viva, e nella quale Miller avanza quando alla fine del suo testo conclude ponendo il seguente interrogativo: “a che condizione un’analisi è un’analisi?”.

[1] J.-A. Miller, Dunque, io sono questo ne I paradigmi del godimento, p. 97.
[2] J.-A. Miller, Psicoterapia e psicoanalisi ne I paradigmi del godimento, p. 155.
[3] J.-A. Miller, ivi, p. 162.
[4] J.-A. Miller, Dunque, io sono questo ne I paradigmi del godimento, p.106.
[5] J.-A. Miller, ivi p.106.
[6] J.-A. Miller, Psicoterapia e psicoanalisi ne I paradigmi del godimento, p. 164.