AMELIA BARBUI
7 ottobre 2025
1- In Italia la legge 56 del 18 febbraio 1989, nota anche come legge Ossicini, ha regolamentato la professione di psicologo, stabilendo le condizioni per l’esercizio della psicoterapia in ambito medico e psicologico. Non tutti gli psicoanalisti di allora hanno fatto domanda, usando le norme transitorie, per essere riconosciuti come psicoterapeuti. Per esempio, per quanto riguarda gli allievi di Lacan, Giacomo Contri e il suo gruppo non hanno aderito e hanno continuato a praticare senza la protezione dello Stato. Nel 1990 è stato creato l’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza, abilitato dal Ministero dell’Università nel 1993, che si occupa della formazione di psicologi e medici all’esercizio della psicoterapia secondo l’orientamento lacaniano. È stato il primo Istituto in Italia. Ne sono seguiti altri. Nel 2011 IPOL – istituto psicoanalitico di orientamento lacaniano, Torino – e ISDSF – Istituto superiore di studi freudiani, Catania.
Dagli Istituti si riceve, al termine degli studi il diploma di specializzazione in psicoterapia. Ci si può accontentare del sapere acquisito e dedicarsi alla “guarigione”, dedicarsi, in altri termini, a far sì che il soggetto ritorni ad essere utile alla società, utilizzando il potere dell’identificazione, agendo da una posizione di padrone, mettendo in funzione solo la parte inferiore del grafo di Lacan e chiudere così la porta alla psicoanalisi.
Le psicoterapie hanno acquisito un grande potere, agendo sul benessere mentale.
Gli psicoterapeuti, riconosciuti dallo stato, hanno il compito di indicare al paziente, alle prese con la propria sofferenza, qual è il suo bene, cosa deve fare per il proprio benessere e per non contrastare lo status sociale. Loro, gli psicoterapeuti, sanno qual è il bene del loro paziente, come occorre che si adegui al sociale da cui dipende la loro posizione e il loro potere di psicoterapeuti e, in tal modo, alimentano la deresponsabilizzazione del soggetto, colludendo con la posizione di vittima.
Da allora, dal 1989, molte cose sono cambiate … in peggio. Direi che la psicoterapia affianca, o meglio, ha preso il posto della religione mettendo in funzione il piano suggestivo della parola e molte volte si trova a spartirsi il campo, più frequentemente quando opera on-line, con nuove figure, non ancora riconosciute dallo Stato, come quelle degli influencer o dei cartomanti.
Solo se si è abitati da un desiderio più forte di quello di essere il padrone, l’imbonitore, colui che sa quello che il paziente è, che conosce ciò di cui ha bisogno, che sa qual è il bene del paziente, solo se si è abitati dalla passione dell’ignoranza, si può aprire la porta alla psicoanalisi che alberga sulla parte superiore del grafo, lì dove Lacan ha scritto il “Che vuoi? a cui fa eco “Non so ed è per questo che occorre che tu parli”.
Perché lo psicoanalista, ci ricorda J.-A. Miller, “non può essere al servizio di alcuna identificazione sociale, la sua pratica mette in questione l’ordine sociale, mette in questione i suoi valori”. Perché lo psicoanalista rifiuta il potere, non è schiavo del pregiudizio, non è l’agente di alcun bene istituito, ma è al servizio del desiderio di sapere per far sì che “il soggetto incontri la questione del suo desiderio al di là dell’identificazione”.
2 – Come aveva precisato Jacques-Alain Miller, nel 1991, a Venezia in occasione del Convegno su “Psicoterapia e psicoanalisi” dell’allora Gruppo di Studio Italiano della Suola Europea di Psicoanalisi: “la psicoanalisi non può riconoscersi nello specchio che le viene teso dallo Stato perché in esso la psicoanalisi appare come psicoterapia. Di qui il nostro problema che è di arrivare a dire allo Stato, al pubblico, in che cosa uno psicoanalista non è uno psicoterapeuta.”
“L’analista è Giano,[1] perché si trova in un punto, in A, in cui può aprire o chiudere la porta dell’analisi: o riporta il soggetto al corto circuito dell’identificazione, o apre un altro circuito, più lungo, che si trova sul grafo di Lacan e la cui porta di entrata è il luogo dell’Altro. Ciò vuol dire che dipende dalla posizione adottata dall’analista: se si identifica egli stesso allo psicoterapeuta, chiude questa porta, e soltanto se rifiuta di essere psicoterapeuta apre la porta.”
Perché ora?
Perché un modo per rispondere all’incalzare delle psicoterapie è quello di rimettere all’ordine del giorno, dopo 35 anni, l’interrogativo su che ne è della psicoanalisi, dove si è rifugiata, in questo nuovo momento storico in cui, diversamente dal passato, non si trova tanto a fare i conti con la religione quanto con la psicoterapia.
Per questo il Consiglio dell’AMP – nel giugno 2025 – ha assegnato a Félix Rueda – membro dell’ELP – la delega di occuparsi dello stato della regolamentazione della psicoterapia nei diversi paesi.
Per questo il prossimo Convegno SLP, 13 e 14 giugno 2026, ha come titolo, proposto da Jacques Alain Miller: “Il ben-essere e il ben-dire”. Psicoterapia Psicoanalisi
Gli psicoanalisti si sono impegnati a tenere vivi i tre doveri dello psicoanalista, che Jacques- Alain Miller ha enunciato nel suo intervento di Venezia?
E ora andiamo ancora più indietro nel tempo, negli anni ‘50.
Si tratta di due interventi di Lacan che, a mio avviso, sarà il caso di mettere al lavoro nei prossimi incontri prima di entrare nel merito del Seminario XV sull’atto psicoanalitico del 1967/68
Di questo seminario troviamo un’eco nel discorso di chiusura del Congresso dell’École Freudienne di Parigi – Strasburgo13 ottobre 1968 – su Psicoterapia e psicoanalisi.
Lacan concluse il suo intervento, con queste parole: “La differenza, perché non dirlo in questo modo, è che una psicoterapia è un tripotage (intrallazzo/broglio) riuscito, mentre la psicoanalisi è un’operazione nella sua essenza destinata a fallire. Ed è questa la sua riuscita.”
Solo un’osservazione o meglio una domanda che credo dovremmo porci e che ci farà da guida nel corso di queste conversazioni: perché tutta questa topologia?
Qual è la sua funzione?
Da cosa ci tiene lontani, o meglio da cosa ci preserva?
Che cosa non possiamo fare con tutte queste formalizzazioni?
Non possiamo giocare di fantasia, non possiamo crogiolarci in un “mi sembra” un “potrebbe essere” o meglio in un “a me pare che ….”
Possiamo forse dire che l’immaginario viene costretto tra il simbolico e il reale e che è forse per questo che matematica e topologia non sono ben viste?
Avremo modo di occuparcene.
Nel 1950, al primo Congresso mondiale di psichiatria, Lacan intervenne nella sessione “Psicoterapia, psicoanalisi” precisando che: “i frutti della nostra tecnica non possono essere apprezzati rettamente se non alla luce della nozione di verità. … La verità che sarà la sua [del soggetto] salvezza non è in vostro potere dargliela … Essa è quando il soggetto la realizza, e se voi siete lì pronti a rispondere quando essa arriva, non potete forzarla prendendo la parola al suo posto.”
Tre anni dopo – 1953 –, nel “Discorso di Roma” ribadì che la via psicoanalitica esclude ogni oggettivazione. “Non si tratta di passare da un piano inconscio, sprofondato nel buio, al piano conscio, sede della chiarezza, per mezzo di non so quale misterioso ascensore. È proprio questa l’oggettivazione con cui il soggetto tenta ordinariamente di eludere la propria responsabilità, ed è pure qui che i soliti millantatori dell’intellettualizzazione manifestano la loro intelligenza impegnandola ancora di più.”[2]
“Sintomo di conversione, inibizione, angoscia non si presentano per offrirvi l’occasione di ratificare i loro nodi, per quanto seducente possa essere la loro topologia; si tratta invece di scioglierli, il che vuol dire renderli alla funzione di parola che assolvono in un discorso il cui significato determina il loro impiego e il loro senso.”[3]
Lacan, dopo aver affermato che Freud era troppo coerente nel suo pensiero per non considerare che la struttura della surdeterminazione unisca nel linguaggio il significante al significato precisa che misconoscendo questo “si finisce per identificare l’intero rapporto fra l’uomo e i suoi oggetti con un fantasma di coito immaginato in vari modi: il pensiero analitico è così sprofondato in un sonno della ragione che non cessa di generare nuovi mostri.”[4] E più avanti dirà:
“Non è di psicologia, infatti, che Freud si preoccupa, né di rafforzare l’io della sua paziente, e nemmeno di insegnarle a sopportare la frustrazione quando Dora gli rinfaccia la situazione scandalosa in cui la cattiva condotta del padre la prostituisce. Al contrario….”[5]
Lacan nel 1964, al momento della fondazione della sua Scuola, in Altri scritti, “Atto di fondazione” denuncia il “dilagare di una psicoterapia associata ai bisogni dell’igiene mentale.”[6] Lacan dice che anche in Francia gli analisti “si prestano” ad una pratica annacquata, caratterizzata da: “conformismo dello scopo, barbarismo della dottrina, completa regressione ad un puro e semplice psicologismo”.
“Nella nostra epoca la psicoanalisi è dappertutto e gli psicoanalisti altrove”.
[1] Giano, dio dai due volti, quello della pace e quello della guerra, non è il dio dell’oscillazione immaginaria; la pace e la guerra sono innanzitutto dichiarazioni, enunciati e la porta che viene aperta oppure chiusa è la funzione simbolica per eccellenza, il simbolo stesso del significante il cui minimo è due: S1 S2.
[2] J. Lacan, “Discorso di Roma”, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 139.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, p. 141.
[5] Ivi, p. 143.
[6]J. Lacan, “Atto di fondazione”, in Altri scritti, op. cit., p. 237.