Vincente Palomera

J. Lacan fa riferimento all’“essere di verità del sintomo” per formulare i problemi relativi alla sua riflessione sulla psicoterapia e sulla pratica della psicoanalisi. S. Freud rinuncia al “potere della suggestione” quando constata che la psicoterapia cerca di addomesticare il sintomo, producendo l’oblio della sua verità. “… il soggetto potrà raggiungere quell’essere di verità solo se il sintomo acquisisce il valore di una verità indimenticabile e incontestabile, verità legata a un frammento del reale”.
  1. Lacan a Strasburgo: la verità del sintomo

 

Forse mai come ora, in tempi di relativismo postmoderno, la psicoterapia può meglio fingere di essere a proprio agio. Infatti, questa non è un campo, né una disciplina o un discorso[1]. Se, da parte nostra, aspiriamo a non cancellare la differenza che la separa dalla psicoanalisi, è perché manteniamo un orientamento che punta al reale, esigenza che trova la sua motivazione nella psicoanalisi di orientamento lacaniano. E infatti, per quanto riguarda il reale – come ha sviluppato Jacques-Alain Miller nei suoi ultimi corsi – Lacan ha isolato che il più reale del campo psicoanalitico è proprio il sintomo.

Quando, nel 1968, Lacan partecipa al Congresso dell’École Freudienne de Paris a Strasburgo, dedicato a Psicoterapia e psicoanalisi, egli interviene in tre occasioni[2]. La prima volta per chiedere se la pratica della psicoterapia non facesse parte delle “consuetudini”. Oggi possiamo formulare la questione in questo modo: essa favorisce o invece ostacola la formazione dello psicoanalista? In definitiva, è un buon modo per entrare nella pratica o piuttosto è un’attività opportunistica?

Lacan interviene anche per chiedersi se, sotto il termine “psicoterapia”, non si nasconda l’idea di “variante della cura tipo”. Vale la pena ricordare che molto presto, nel suo scritto del 1954[3], Lacan ha sottolineato un punto sensibile alla nostra preoccupazione attuale: quello dei criteri terapeutici. Infatti, cosa intendiamo per “caso guarito”? Di fronte alla questione dei “criteri terapeutici”, Lacan sottolinea che gli psicoanalisti rispondono con “semblants et derobades”, cioè lasciano la questione irrisolta.

Alla domanda: che cos’è una psicoanalisi? Lacan risponde: “una psicoanalisi, tipo o no, è la cura che ci si aspetta da uno psicoanalista”. Riprendendo la risposta oggi possiamo chiederci: e l’esperienza di ciò che ci si aspetta da uno psicoanalista, quale funzione svolge nella formazione dello psicoanalista? L’esperienza di ciò che ci si aspetta da uno psicoanalista, quale funzione ha in ciò che lo psicoanalista deve sapere di sé come psicoanalista?

Su queste coordinate, Lacan interviene, per la terza volta, per formulare quello che è il problema di fondo nella riflessione sulla psicoterapia e la psicoanalisi: l’essere di verità del sintomo. Proprio riferendosi al fatto che la “presenza dello psicoanalista” deve essere collocata in relazione alla “presenza della verità”, Lacan sta dicendo che là dove c’è un limite nel sapere – nella teoria, dice Lacan – l’analista è costretto a porre la sua presenza. Poi sottolinea che esiste una relazione tra la presenza della verità del sintomo e la presenza dell’analista. Questo è il motivo per cui Lacan critica un’espressione sentita durante il Congresso di Strasburgo: “la natura menzognera del sintomo”. Lacan sottolinea il suo assoluto disaccordo rispetto a tale formula e aggiunge: “Se esiste una psicoanalisi è perché il sintomo, lungi dall’essere di natura menzognera, è di natura veritiera. E poiché stamattina parlavamo della presenza della verità, la prima presenza della verità è nel sintomo”.

Lacan concentrava così la riflessione sulla psicoterapia e la psicoanalisi attorno all’essere di verità del sintomo. Sappiamo che Lacan sviluppa questa questione anche nel suo Seminario del 6 dicembre 1968 su L’atto psicoanalitico. Infatti, a partire dal godimento, Lacan è portato a definire il sintomo come una verità che resiste al sapere: la verità trova nel godimento il modo di resistere al sapere[4]. È una formulazione precisa di come la verità del sintomo resista alla decifrazione. Lacan è stato portato a introdurre un nuovo ternario in cui colloca godimento, sapere e verità, come ricorda J.-A. Miller nel suo corso Los signos del goce[5]. Tutte queste considerazioni suppongono quindi l’apertura di un’elaborazione che, nell’insegnamento di Lacan, porta a situare che c’è qualcosa nel sintomo che si colloca tra qualcosa che mente e qualcosa che non può ingannare.

Su questo punto dell’essere di verità del sintomo, Lacan sottolinea a Strasburgo: “Vorrei che riprendessimo il dibattito sulla natura menzognera del sintomo (…). In psicoanalisi, con il pretesto di parlare di difesa, si può dire che il sintomo è menzognero, ma una difesa non è affatto menzognera, è contro ciò da cui il soggetto si difende che sta la menzogna”. Come è noto, questa indicazione è presente nei primi lavori di Freud.

  1. Il “proton pseudos” isterico

 

Già nel “Progetto di una psicologia”, Freud aveva introdotto la nozione di “menzogna” del sintomo: Proton pseudos è uno dei titoli delle sezioni del “Progetto di una psicologia”. Aveva preso questo termine dalla Dottrina della falsa apparenza di Max Herz («Lehre vom falschen Schein»)[6]. Il proton pseudos non sarebbe altro che “una conclusione falsa nel ragionamento logico” (“Der falsche logische Schein”).

Per spiegarlo, Freud presenta una vignetta clinica molto semplice, quella di una giovane isterica[7] che non solo non riusciva a entrare nei negozi, ma non riusciva nemmeno a smettere di pensarci. L’esempio ci permette di capire perché Freud parla di proton pseudos, perché dice che il sintomo mente. Infatti, dove c’è la paura dell’incontro sessuale con l’uomo, il sintomo indica la paura di entrare nei negozi. Ora, Freud dirà che il sintomo mente, ma allo stesso tempo rende presente la verità dell’incontro di godimento che il sintomo memorizzava. Questo serve a Freud per rendersi conto che prima di preoccuparsi di curare il sintomo è meglio preoccuparsi di svelarne il segreto.

La paziente può essere guarita dalla sua fobia dei negozi dopo aver decifrato che la sua paura di entrarvi è paura dell’incontro con gli uomini, ma questo risultato terapeutico non cura il suo rifiuto sessuale. È a questo che si riferisce Lacan nel suo intervento a Strasburgo, quando afferma che: «… con il pretesto di parlare di difesa, si può dire che il sintomo è menzognero, ma una difesa non è affatto menzognera, è contro ciò da cui il soggetto si difende che sta la menzogna».

  1. Ciò che risponde al sintomo

Fu Freud il primo a verificare che, nello sforzo della psicoterapia di oggettivare e di domare il sintomo, la verità veniva dimenticata. Per questo motivo rinunciò al potere della suggestione a favore di un sapere che si ottiene attraverso la libera associazione.[8]

L’abbandono del potere della suggestione gli permette di verificare l’emergere di forze molto più potenti che sono l’effetto del fatto di mettere in evidenza l’essere di verità del sintomo.

Ogni sintomo non riconosciuto viene immediatamente incorporato nel falso essere del soggetto che si afferma nel “non penso”, falso essere che traduce un modo di essere in cui il soggetto ignora ciò che è per l’Altro e che permette al soggetto di ignorare i pensieri che possono attraversare la sua mente, pensieri che si riducono ad alcune rappresentazioni che danno forma all’essere rigonfio del narcisismo e che vengono a coprire l’essere del “non penso”.

Il reale del sintomo si presenta nell’impossibile da sopportare del legame sociale. L’approccio terapeutico non agisce quindi sul sintomo, ma sugli affetti che il soggetto manifesta.

È sempre più all’ordine del giorno: i soggetti si lamentano di ciò che per loro diventa sintomo, ma in quella lamentela l’essere del sintomo si riduce a ciò che, del loro essere, non è conforme all’essere sociale. La lamentela è un modo per accontentarsi del sintomo in conformità con la non conformità dell’ordine del mondo.

I due aspetti del sintomo come reale – il reale dell’organismo per la scienza e il reale di ciò che disturba e impedisce l’uniformizzazione dei soggetti, instaurando al contempo la disarmonia nel legame sociale – concordano con la posizione dell’anima bella, nella quale il soggetto nevrotico può compiacersi molto volentieri. Da un lato, eliminando la dimensione soggettiva del sintomo, rendendo il sintomo il segno che il soggetto è solo vittima di ciò che è come oggetto di una malattia, alimenta l’innocenza proclamata dall’anima bella. D’altra parte, la denuncia del malessere soggettivo come segno di ciò che non obbedisce al programma sociale porta il soggetto a ignorare la sua particolarità, per rimandare all’Altro sociale la responsabilità di ciò che lo affligge.

Bisogna quindi considerare queste due dimensioni:

1) Da un lato, la scienza: essa ignora il sintomo nella sua relazione con la dimensione soggettiva particolare, poiché per essa non c’è senso del reale. In questo modo, la scienza svuota il messaggio del sintomo[9].

2) Dall’altro lato, il discorso sociale: esso contribuisce all’ignoranza del sintomo come segno particolare di un soggetto nella misura in cui uniformizza gli individui secondo l’Ideale che li realizzerebbe, senza quella dissonanza del sintomo che disturba la vita sociale.

Questo è il motivo per cui il senso con cui la psicoterapia alimenta il sintomo si basa sul riferimento Ideale di ciò che consentirebbe di conciliare l’io con il suo mondo e nell’interpretazione delle carenze che impediscono la realizzazione di un io con cui il soggetto possa piacersi e non disturbare gli altri.

Sebbene il sintomo possa bucare il guscio delle rappresentazioni con cui il soggetto adatta il proprio io, sappiamo bene che il soggetto può accontentarsi di lamentarsi e soffrire per tale buco. Solo quando il sintomo mette il soggetto di fronte al fallimento del dominio di sé, emerge il disgusto di se stesso e il sapere della falsità della propria immagine con cui prima poteva coprire il proprio buco di soggetto. E, precisamente, se il soggetto non inizia a porsi la domanda di sapere cosa è e cosa non è, non c’è motivo per cui ci sia vero o falso. Ora, questa domanda sorge solo quando il sintomo conduce a essa. La domanda che il sintomo introduce rende il soggetto portatore dell’ignoranza, del non sapere in cui si trova sul suo essere di verità.

Il nevrotico coltiva la verità della sua mancanza ad essere ed elude le circostanze in cui può presentarsi la risposta inaspettata del suo sintomo. Ma la verità della mancanza ad essere non risparmia al soggetto la questione della verità che può rispondere all’essere che mette in gioco il disagio del sintomo.

  1. Rispondere del sintomo

Il soggetto non ignora il disagio del sintomo come risposta spiacevole, ciò che ignora di quello che non vuole sapere è la verità che risponde al sintomo, l’essere di verità che su di lui, come soggetto, porta il sintomo alla luce del giorno. Cioè, non vuole sapere la verità di ciò che è nel suo sintomo, ma, nella misura in cui il sintomo lo divide, e poiché è diviso senza sapere ciò che c’è in lui e che si manifesta nella stranezza del sintomo, è spinto a sapere. Pertanto, la dimensione dell’essere di verità del sintomo è creata dal sintomo stesso, cioè nella misura in cui il sintomo persiste come ciò che resiste ad obbedire alla ragione.

Da quanto appena detto, a differenza della psicoterapia, la risposta della psicoanalisi al sintomo presuppone di averlo isolato come quel nodo installato nella soggettività che nessuna forma di dialogo della ragione potrebbe risolvere.

Rispondere del sintomo come essere di verità del soggetto implica, in primo luogo, e a differenza della psicoterapia, di non interpretarlo, cioè di non rispondere al sintomo dotandolo di un senso, ma consiste nel restituire al soggetto quell’essere di verità del sintomo come enigma articolato in un nodo di significanti.

In secondo luogo, rispondere del sintomo significa aprire il consenso dell’essere al simbolico delle parole con cui dirsi. Consenso che non ha nulla a che vedere con la “buona volontà” manifestata dal soggetto, né con la “cattiva volontà” che può opporre al sapere. La ragione di ciò risiede nel fatto che il sintomo è una verità che si fa valere a scapito della ragione, verità che si afferma resistendo al sapere. La scoperta della psicoanalisi consiste nell’aver rivelato che il sintomo presenta la verità nella cattiva volontà del godimento, godimento che soddisfa la volontà della pulsione e le sue esigenze a spese del soggetto.

Il consenso del soggetto alla verità del suo sintomo – come verità dell’essere che si cifra nel suo inconscio – è un consenso al fatto che il reale del godimento del sintomo è abitato dal simbolico che l’inconscio trasporta al reale[10]. Pertanto, e in terzo luogo, rispondere del sintomo è il contrario del rifiuto soggettivo del godimento del sintomo (che si manifesta nel senso di colpa o nella vergogna), rifiuto che non fa altro che alimentare il lamento del soggetto mentre cerca rimedi per calmare, ridurre quel godimento che gli dispiace.

Nei tentativi terapeutici di domare il godimento del sintomo, la verità di quest’ultimo viene sempre dimenticata.

In definitiva, il soggetto potrà raggiungere quell’essere di verità solo se il sintomo acquisisce il valore di una verità indimenticabile e incontestabile, verità legata a un frammento del reale[11].

Questo è il motivo per cui nella psicoanalisi, a differenza della psicoterapia, partendo dalla domanda sul messaggio del sintomo, il soggetto ha l’opportunità di isolare ciò che c’è del suo essere in quella risposta che gli veniva imposta dal sintomo e, infine, di sapere come il sintomo sia la risposta con cui, come soggetti, affrontiamo il traumatico del reale del godimento.

 

 

Traduzione: Adele Succetti

* Articolo pubblicato prima in Mental, n. 10, Scuola Europea di Psicoanalisi, 1991, e poi su Virtualia, n. 6, Revista virtual de la EOL, luglio 2002.
[1] J.-A. Miller, “Thèses à débattre”, Rapports 1996 Sur la Qualification, AMP&ECF, Document de travail.
[2] “Congres de l’Ecole Freudienne de Paris”, en Lettres de L’ECF, n. 6, Octobre 1969.
[3] J. Lacan, “Varianti della cura-tipo”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 323.[4] J. Lacan, « Del psicoanálisis en sus relaciones con la realidad”, en Intervenciones y textos 2, Ed. Manantial, Buenos Aires, 1988, p.52.
[5] J.-A. Miller, Los signos del goce, Paidos, Buenos Aires, 1998, p.252.
[6] Anderson, Ola, Studies in the prehistory of Psychoanalysis (The etiology of psychoneuroses and some related themes in Sigmund Freud’s scientific writings and letters, 1886-1896), Svenska Bokförlaget, Norstedts, 1962, pp. 195-196.
[7] S. Freud, Aus den Anfängen des Psychoanalyse, Imago Publishing Co., Ltd, London, 1950, pp. 432-435.
[8] Cfr. S. Freud, “Un caso di guarigione ipnotica”, Opere, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp. 122-133.
[9] V. Palomera, “Cómo la ciencia exculpa”, en: AA.VV. El síntoma charlatán, Campo Freudiano 6, Paidos, Barcelona, 1998, pp. 297-303.
[10] Si veda a questo proposito lo sviluppo di Jacques-Alain Miller nel suo corso Cause et consentement (inedito).
[11] Questa è la dimensione aperta a ciò che il dispositivo della passe offre come luogo di prova. Gli effetti terapeutici, pur avendo un posto nell’esperienza, non la esauriscono, nella misura in cui il reale del sintomo testimonia dell’incurabile della castrazione.