Paolo Rocco Cipriano
Come si cura una coppia? Dalla metà del secolo scorso si sono succeduti diversi approcci volti a interrogare i legami amorosi e familiari, con l’obiettivo di offrire strumenti di mediazione capaci di sciogliere i conflitti che li attraversano. Alla base di tali prospettive – tra cui uno dei modelli più noti è il metodo Gottman[1] – si trovano concetti come fiducia (trust) e impegno (commitment). Attraverso strumenti di valutazione mirati, si tenta così di misurare il grado di vicinanza tra i partner, la loro capacità di condividere l’affetto e di gestire il conflitto.
Nel metodo Gottman, ad esempio, un ruolo centrale è svolto dalle love maps, ossia dalla conoscenza del mondo interiore del partner: valori, paure, desideri. Una vera e propria “mappa” per orientarsi nel legame amoroso. Ma è davvero possibile la costruzione di una mappa dell’amore? Che cosa, propriamente, fa una coppia? E, soprattutto, che cosa si rompe in una coppia? Se, in quest’ottica, il compito del clinico è quello di mediare e, dunque, di “curare” la relazione, diventa allora essenziale interrogare ciò che effettivamente è in gioco in una relazione: ossia, tra che cosa, propriamente, si media?
Parafrasando Lacan, potremmo affermare che la coppia «non ha niente a che vedere con l’insieme», e ancora: «tutti quanti […] avete come sinthomo ciascuno la sua ciascuna», quindi «c’è un sinthomo lui e un sinthomo lei. Il rapporto sessuale è un rapporto intersinthomatico»[2]. Ovvero, in linea con la rivoluzione operata da Lacan sul sintomo – non più visto esclusivamente sul versante simbolico della rappresentazione, che egli mutua da Freud, per cui il sintomo “sta per” qualcosa – la centratura sul reale e sul godimento lo conduce a concepire il sintomo stesso come modo singolare di godere, fino a farne il punto di articolazione attraverso cui si struttura il legame con l’Altro, vale a dire: «Io sono così come godo»[3].
Così, ne L’osso di un’analisi, Miller può affermare: «[…] il parlessere come essere sessuato non fa coppia a livello del significante puro, bensì a livello del godimento, e che questa relazione è sempre sintomatica»[4]. Ne consegue che il partner si configura come sintomo, al punto che il partner-sintomo diviene «una nuova definizione del grande Altro»[5], vale a dire il grande Altro stesso in quanto «mezzo di godimento»[6].
Il grande Altro, che in prima battuta è per Lacan l’Altro del linguaggio e, successivamente, il corpo, attiene in entrambi i casi al godimento, tanto da poter affermare che il «linguaggio si chiarisce in quanto si pone come apparecchio del godimento»[7]. Pertanto, risulta problematico pensare una “mappa” del godimento, tale da orientare il legame con l’Altro. Come si può supporre che la conoscenza del “mondo interiore” del partner sia in grado di risolvere la dinamica relazionale, quando ciò che è in gioco eccede ogni forma di conoscenza e attiene al godimento?
In fondo, è proprio perché ciò che accende la passione è dell’ordine del godimento – dunque del sintomo – che lo stesso legame rischia di scoppiare, in quanto inscritto in una dinamica fantasmatica che, pur legando, al contempo isola.
Resta allora l’amore, che – d’altra parte – non prevede alcuna mappa possibile: nell’amore non resta che perdersi, perdere qualcosa di sé, ossia perdere una quota di quel godimento che lega, sì, ma non al partner come eteros, bensì al partner in quanto inscritto nel fantasma, svelando così il rapporto del soggetto con l’oggetto del proprio godimento.
[1] J. S. Gottman e J. M. Gottman, Dieci principi per una terapia di coppia efficace, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.
[2] J. Lacan, Il rapporto sessuale è un rapporto intersinthomatico [1978], in La psicoanalisi, n. 69, Astrolabio, Roma, 2021, pp. 11-12.
[3] J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, Franco Angeli, Milano, 2007, p. 51.
[4] Ivi, p. 52.
[5] Ibidem.
[6] Ivi, p. 51.
[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2011, p. 53.