Carla Antonucci
“Il tesoro di chi fa del bricolage è fatto secondo le circostanze, è il risultato contingente di ciò che ha potuto recuperare da residui differenti.” J.-A. Miller[1]
Negli ultimi anni, sempre più frequentemente, incontriamo nella pratica clinica pazienti che presentano sintomi neurologici in assenza di una base organica: crisi non epilettiche, paralisi, tremori, disturbi del movimento. La medicina li definisce disturbi neurologici funzionali. Il dato è noto. Meno evidente è ciò che questi sintomi mettono in gioco sul piano della domanda. Non si tratta semplicemente di una nuova etichetta per l’antica isteria, ma suppongo che ci indichi che qualcosa nella forma della domanda del soggetto è cambiato.
Una domanda che non si formula
Il soggetto che oggi arriva con un disturbo funzionale non chiede, come accadeva nella clinica classica: “Che cosa significa ciò che mi accade?” Piuttosto, dice: “Perché il mio corpo fa questo, se gli esami sono normali?” È una domanda che non si orienta verso il senso, ma verso il reale. Una domanda che cerca una causa biologica, anche quando la medicina non la trova. E tuttavia, proprio lì dove la risposta medica vacilla, il sintomo insiste. Non si lascia spiegare, integrare ma soprattutto tacere.
Il corpo come luogo della parola
Freud aveva già incontrato questo tipo di fenomeni nella isteria. Ma nella clinica contemporanea si osserva uno scarto. Il sintomo non appare più come un messaggio da decifrare, indirizzato all’Altro. Non è più immediatamente leggibile come formazione dell’inconscio. Piuttosto, si presenta come qualcosa che accade al corpo: improvviso, ripetitivo, opaco, difficilmente narrabile. Il soggetto spesso non sa dire nulla del suo sintomo. Oppure ne parla solo in termini descrittivi, medici, tecnici. È il corpo che parla. Ma parla senza passare dal significante. Non siamo più solo nel registro del sintomo come messaggio, ma in quello dell’evento di corpo.
Dalla conversione alla jouissance
La conversione isterica classica implicava una messa in scena: il sintomo aveva una funzione, un indirizzo, una dimensione teatrale. Nei disturbi neurologici funzionali contemporanei, qualcosa si riduce: meno scena, meno indirizzo, meno legame esplicito con il desiderio dell’Altro. E qualcosa, invece, aumenta: la dimensione di ripetizione, l’irruzione del corpo, la presenza di una jouissance che non si lascia simbolizzare. Il sintomo non sembra voler dire qualcosa. Sembra piuttosto imporsi.
Una domanda nel reale
Tutto questo mi ha portato a dire che i disturbi neurologici funzionali non sono tanto una nuova patologia, quanto una nuova modalità di presentazione della domanda. Una domanda che non si articola come domanda, che non passa dal linguaggio ma si manifesta direttamente nel corpo. Si potrebbe dire così: il soggetto non chiede “ascoltami”, ma “ferma questo”. E tuttavia, proprio in questa urgenza, qualcosa della domanda insiste.
Psicoterapia o psicoanalisi?
È qui che il tema del prossimo convegno della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi acquista tutta la sua rilevanza. Di fronte a questi sintomi, la tentazione è forte: spiegare, rassicurare, normalizzare, eliminare il sintomo. In una parola: rispondere. Ma rispondere troppo in fretta rischia di chiudere ciò che nel sintomo è ancora aperto. La psicoanalisi, in questo senso, non si definisce per una tecnica, ma per una posizione. Non si tratta di fornire un senso al sintomo, né di correggerlo, né di adattare il soggetto. Si tratta piuttosto di sostenere un luogo in cui qualcosa possa cominciare a dirsi.
Una clinica della soglia
Con questi pazienti, il lavoro non inizia dal silenzio o dall’interpretare. Inizia da operazioni minime: accogliere il sintomo come reale, non ridurlo a “psicologico”, non forzare il racconto, non anticipare il senso. Si tratta di spostare, a poco a poco, la posizione del soggetto: dal “mi succede che” al “quando mi succede?”, “in quali condizioni?”, “quando è successo la prima volta?” È un lavoro di costruzione. Costruzione di un bordo. Costruzione di una prima articolazione. Costruzione di un legame, anche minimo, tra corpo e parola.
Dove la parola non c’è ancora
Ciò che questi sintomi ci insegnano è forse questo: non sempre il soggetto è già nella condizione di parlare. A volte, il corpo prende la parola al suo posto. Ma questa parola non è ancora dicibile. Non è ancora simbolizzata. Non è ancora condivisibile. È qui che si situa il lavoro analitico oggi. Non nel tradurre immediatamente il corpo in linguaggio, ma nel creare le condizioni perché, un giorno, qualcosa possa passare.
Una questione clinica contemporanea
I disturbi neurologici funzionali non sono un’eccezione. Si inscrivono in una costellazione più ampia che riguarda l’adolescenza, i disturbi alimentari, le nuove forme del disagio. In tutti questi casi, il corpo diventa il luogo in cui si iscrive ciò che non trova posto nel discorso. Quando il legame simbolico si indebolisce, il corpo si incarica di sostenere ciò che non può essere detto. Possiamo allora avanzare una formula: quando il discorso vacilla, il corpo prende la parola ma questa parola non è ancora dicibile. La psicoanalisi, oggi, si misura con questa soglia. Non per colmarla troppo in fretta, ma per abitarla. Perché è lì, esattamente lì, che può iniziare qualcosa del soggetto. Abitare questa soglia implica una precisa posizione: rivolgersi al soggetto come soggetto del linguaggio, anche là dove sembra assente. Non si tratta infatti di un soggetto che “non parla”, o che “non sa dire”. Si tratta piuttosto di una tensione tra due registri del soggetto: il soggetto del linguaggio, che si articola nella catena significante, che può dire, raccontare, domandare e il soggetto preso nel godimento o soggetto ridotto a oggetto di godimento dell’Altro. È in questo scarto che il sintomo si manifesta nel corpo, fuori senso, come evento che accade. Il soggetto è lì, ma non si rappresenta. Non si dice: si mostra. Il sintomo, in questo caso, non è ciò che il soggetto dice, ma ciò che lo prende. La questione, allora, non è far parlare direttamente ciò che, nel soggetto, è preso in questa posizione di oggetto, operazione impossibile, ma introdurre uno scarto tra questi due registri. È qui che si situa l’atto analitico. Anche una domanda semplice come “quando accade?”, può operare in questa direzione. Introduce una differenza, un prima e un dopo, una prima iscrizione. Un bordo. Una prima articolazione che reintroduce qualcosa del soggetto tra un significante e l’altro. Può essere il primo passo per sottrarre il soggetto alla pura passività dell’evento di corpo.
L’erotica del sapere
È in questo punto che si può situare ciò che Lacan chiama una erotica del sapere. Non un sapere già costituito, da trasmettere o applicare. Non una spiegazione che chiude. Ma un sapere che si costruisce a partire da un vuoto, da una faglia, da qualcosa che non torna. Lo psicoanalista non risponde alla domanda saturandola. La sostiene. E così facendo, introduce la possibilità che il soggetto passi: dal corpo che subisce a un sapere che, a poco a poco, lo riguarda. Questo passaggio non è garantito, non è automatico e sicuramente non è rapido. Ma è ciò che distingue una pratica che mira a eliminare il sintomo da una pratica che apre uno spazio per il soggetto. In questo senso, la differenza tra psicoterapia e psicoanalisi non è una questione di tecniche, ma di rapporto al sapere. Da una parte, un sapere che si applica. Dall’altra, un sapere che si costruisce e che implica il soggetto.
[1] J.-A. Miller, “Presentazione di “Il sinthomo””, Pezzi staccati. Introduzione a J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. “Il sinthomo”, testo stabilito da J.-A. Miller, ed. italiana a cura di A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 2006, p. 12.