Andrea Aldrovandi
Le questioni su come operiamo in quanto analisti, su come interveniamo, e soprattutto a quale esito possiamo logicamente pervenire sono e rimangono da definire, ma questi dubbi piuttosto che condurci verso soluzioni univoche guidano il nostro fare, i nostri atti nella clinica psicoanalitica, la nostra tensione, non a essere analisti ma piuttosto a intervenire in linea con ciò che intendiamo per psicoanalisi. Questo dubbio, dal sapore cartesiano, rispetto alle domande che ci poniamo (cosa sia psicoanalisi, pura e applicata, e in cosa si differenzi rispetto alla psicoterapia) al contrario di farci smarrire rispetto alla nostra posizione di analisti segna un cammino che resta in tensione, che ci indirizza, come la vetta resta un miraggio per gli escursionisti che si apprestano a uscire dal campo base prima che il sole sorga.
Il cammino che conduce Lacan alla nozione di sinthomo può considerarsi non tanto come un punto di arrivo, a partire da una successione cronologica -il primo Lacan, il Lacan degli anni 50, l’ultimo Lacan- ma come una tensione interna che attraversa tutto il suo insegnamento e che trova nel termine sinthomo una formalizzazione estrema, quasi limite, che ci permette di rientrare. Rientrare dove? Non sappiamo ancora, ma possiamo interpretare questa formalizzazione come un tentativo di rientro. Lacan stesso ebbe a dire che quando la luna si spegne nel suo ciclo minimo, poi, ricomincia.
Il termine sinthomo introduce una dimensione di scarto, di fuori norma. Potremmo dire, forzando un poco, che ha qualcosa in comune con l’invenzione dello zero (sifr) della matematica araba. Un elemento che non corrisponde a un valore positivo, ma che nondimeno struttura l’intero campo del calcolo. Allo stesso modo, il sinthomo indica un fuori dal sistema del senso, un punto di opacità che tuttavia tiene insieme ciò che altrimenti si disarticolerebbe.
Lo zero ha dunque a che fare con un fuori, può essere accostato all’Unheimlich freudiano, ciò che è al tempo stesso intimo ed estraneo, familiare e perturbante. Un fuori norma, un fuori strada (il lapsus, l’atto mancato, le formazioni dell’inconscio) un fuori che tocca, a suo modo, il resto numerabile.
Richiamo questa relazione al “fuori” poiché solo se ci poniamo all’esterno di una comunità con il suo apporto di sapere numerabile, determinato per cataloghi, possiamo fare ciò che siamo chiamati a fare, poiché ciò che facciamo non è insegnabile, ovviamente non a partire da un sapere stabilito o da maestri che abitano il luogo del sapere stabilito, la Knesset del sapere.
Baruch Spinoza come Lacan furono scomunicati poiché si erano azzardati a parlare di qualcosa che usciva dal Bet, dalla casa, e che risultava Unheimlich per i loro uditori e lettori.
Queste scomuniche non ci paiono semplicemente come avvenimenti storici, ma come il segno di una posizione etica: quella di chi si autorizza a pensare fuori dal sapere riconosciuto dell’assemblea.
Non siamo lontani in questo punto dalla questione che ci poniamo oggi sulla psicoanalisi.
Il sintomo non è solo ciò che significa, ma ciò che soddisfa. E questa soddisfazione non è armonica: è ciò che Lacan chiama jouissance, una soddisfazione che implica il corpo, che può essere anche sofferenza, e che non si lascia regolare dal principio di piacere. In questo senso possiamo dire qualcosa sul sintomo come dice J.-A. Miller ma non del sintomo, sul nel senso che il linguaggio non penetra il godimento, ma si pone sopra, comunque in un fuori.
Dire però che il sintomo è un modo di godere implica che esso è, in qualche modo, anche una soluzione. Non nel senso adattivo del termine, ma nel senso che risponde a un’impasse strutturale. Il sintomo è ciò con cui il soggetto fa fronte rispetto al reale, a qualcosa che ha a che fare con il fuori, con il non classificabile e che non rientra in un sistema di valori. Che può essere nominato, ma non detto. Come si nomina lo zero, ma non lo si dice se non attraverso la nominazione di ciò che manca, non ci sono mele, non ci sono i datteri che erano sul tavolo. La cenere è ciò che rimane di ciò che ha prodotto il fuoco, di ciò che è stato bruciato. E la cenere è ciò che resta, che permane di questa operazione.
A questo punto dunque, nel reale, all’esterno dell’ordine simbolico, l’interpretazione incontra il suo limite strutturale. Non perché sia inefficace, ma perché non opera sullo stesso piano di ciò che è in gioco. L’interpretazione lavora sul significante, mentre il godimento si situa altrove, in un fuori, all’esterno del significante. Si può modificare la catena, produrre effetti di verità, trovare un senso agli eventi, ma ciò non garantisce una trasformazione del rapporto con il godimento.
È in questo scarto che si apre la necessità di un altro orientamento.
Quando Lacan introduce il termine sinthomo, lo fa in un contesto in cui la questione dell’annodamento tra reale, simbolico e immaginario diventa centrale. Il riferimento al nodo borromeo non è una semplice metafora topologica: è invece una scrittura che consente di pensare la consistenza del soggetto al di là del primato del significante.
Il sintomo, nella sua accezione classica, è legato al simbolico. Il sinthomo, invece, è ciò che viene a fare da quarto anello, una modalità di tenuta del nodo quando l’annodamento non è garantito dalla funzione paterna.
Nella persistenza di ciò che manca di senso possiamo allora intravedere qualcosa dell’ordine della relazione del soggetto all’insistenza del proprio godimento. Una insistenza che non va curata, ma accolta.
Il caso di James Joyce, che Lacan eleva a paradigma nel Seminario XXIII, va letto in questa prospettiva. Non si tratta di diagnosticare Joyce, né di applicare categorie cliniche. Si tratta di isolare una modalità di funzionamento: la scrittura come sinthomo, come operazione che supplisce a una carenza nell’annodamento. Carenza da intendersi che il soggetto è sempre fuori dal detto e sempre in relazione al dire, è sempre al contempo dentro e fuori la scuola del sapere e che per essere compreso va guardato dall’angolatura dei suoi scivoloni, dei suoi disfunzionamenti, in ciò che non si riduce al significante e al senso da dare al reale in gioco in questo dire.
Se trasponiamo questo nella clinica, il passaggio dal sintomo al sinthomo implica un cambiamento radicale nella direzione della cura. Non si tratta più di sciogliere il sintomo, ma di permettere al soggetto di costruire, o di riconoscere, una modalità di annodamento che funzioni per lui.
In questo senso, il passaggio dal sintomo al sinthomo è solidale con un certo declino del grande Altro che era l’analista nel gioco del transfert. J.-A. Miller nota come nella psicoterapia invece la toute-puissance de l’Autre rimane il perno centrale del cammino terapeutico. Da questa angolatura la psicoterapia conserva la consistenza del grande Altro che è l’analista, inscrivendo questa posizione, e l’analista stesso, all’interno del discorso del padrone. La psicoanalisi invece, dal canto suo, prevede un posizionamento dell’analista molto particolare, poiché lo pone essenzialmente, e in modo funzionale, nella posizione di scarto. Posizione solitaria e marginale che porterà a un certo harakiri dell’analista in un dato momento del percorso, per permettere all’analizzante di –avvenire laddove era l’analista, nel luogo in cui supponeva un suo sapere.
Dunque, in modo diametralmente opposto a quanto avviene in una psicoterapia, l’analista accetta inizialmente di occupare la posizione di soggetto supposto sapere, ma solo per togliersi di mezzo quando ve ne sarà la possibilità. Ossia quando l’analizzante potrà sostenere questa torsione, questo rientro in un luogo che, all’inizio, era tutt’altro.
La psicoterapia, ci segnala J.-A. Miller, specula sul sapere, sul senso, ed ciò che la differenzia dalla psicoanalisi che consiste nel: se moquer du sens, il che apre a ciò che, sempre Miller nomina: psicoanalisi hors-sens.
Questo ha conseguenze dirette sulla posizione dell’analista. L’analista non è dunque colui che detiene un sapere sul sintomo del soggetto. Piuttosto è qualcuno che se la sente di operare a partire da un non sapere per permettere al soggetto di incontrare il proprio modo di godere. Perché non rimanga troppo solitario.
Il sinthomo, in questo senso, è ciò che resta, ma non come residuo. È ciò che può essere assunto, abitato. Questo non significa che il soggetto sia “guarito” nel senso comune del termine. Significa piuttosto che il suo rapporto con il proprio godimento è cambiato, che può farci qualcosa, invece di esserne interamente assoggettato.
La pratica del reale, la psicoanalisi, implica un saperci fare, ma non una cura. Un saper di non sapere che lascia questo zero esprimersi attraverso gli oggetti della realtà che incontra.
Si tratta dunque di permettere al soggetto di trovare il proprio modo di saperci fare con il reale in questione. E questo saperci fare ha sempre a che fare con un certo charme, con un saper indossare qualcosa di molto particolare.
Il passaggio dal sintomo al sinthomo, passaggio che ci permette di mettere a fuoco la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia, non è determinato dunque da un sapere. È invece reso possibile da una possibilità che si apre quando il lavoro analitico raggiunge un certo punto di saturazione del senso e quando il soggetto può accettare di non colmare questo punto vuoto tramite ulteriore sapere.
In questo senso, il sinthomo non è l’ultimo significato, ma ciò che resta quando il significato perde la sua presa. In questa torsione sta forse un possibile rientro dalla nostra promenade.
E forse è qui che possiamo situare l’etica della psicoanalisi oggi. Non nel promettere un cammino verso una meta che si scorge già dal luogo di partenza – una liberazione dal sintomo – o nel promettere il Bene, il Bene per tutti, cioè la Norma, ma nel sostenere la possibilità di una invenzione singolare che illumini ciò che è presente nella realtà riflettendo a sua volta ombre nuove.
Non si tratta di ricondurre il soggetto a una norma, è chiaro!, ma nell’accompagnarlo fino al punto in cui può trovare, o costruire, ciò che per lui fa tenuta, ciò che per lui può essere scritto, e una volta scritto, ci si ferma.