Massimo Termini
Da una domanda, semplice nella sua formulazione quanto basilare nella sua interrogazione, prende avvio il discorso pronunciato da Lacan in occasione dell’apertura della Sezione clinica di Parigi nel 1977: “Che cos’è la clinica psicoanalitica?”. La risposta non si fa attendere, veloce è pronta a scattare: “Non è complicato. Essa ha una base: è quello che si dice in una psicoanalisi”[1].
Poi, una volta indicata la base della clinica analitica, anche l’operazione che su di essa poggia, viene ugualmente tratteggiata con rapido cenno: “La clinica psicoanalitica consiste nel discernere le cose che importano e che saranno massicce non appena se ne avrà preso coscienza”[2].
Ecco un modo, stringato ed efficace, di intendere l’azione dell’analista. Come un’azione che punta a rilevare, evidenziare, isolare tra le parole che scorrono nel movimento delle associazioni le cose che contano, ovvero quelle che scoprono nel fluire irregolare del discorso, che si vorrebbe libero, una tendenza necessaria. Una necessità di cui in fondo il soggetto sa poco o nulla e che rimanda all’inconscio: “Che cosa vuol dire l’inconscio se non che le associazioni sono necessarie? Il detto non si socia a casaccio”[3].
“La magia è la verità come causa nel suo aspetto di causa efficiente. In essa il sapere è caratterizzato non solo dal restare velato per il soggetto della scienza, ma anche dal dissimularsi come tale, sia nella tradizione operatoria che nel suo atto.” (p. 876)
In analisi si può dire pertanto qualunque cosa ma nell’idea, sostenuta innanzitutto dall’analista, che una precisa esigenza detti alle parole le sue condizioni. E non solo. Tale ipotesi, quando è a lavoro, nemmeno opera in solitudine. Un’altra l’accompagna, strettamente legata, complementare. Quale ipotesi ulteriore? Quale se non quella che punta dritta al sintomo? C’è una necessità che determina ciò che si dice in analisi e c’è anche una necessità che determina l’ostinata ripetizione del sintomo, il suo dolore, l’enigma della sua insistenza. Le due convergono nello stesso luogo, l’inconscio, ed è proprio tale convergenza a lasciare supporre che incidere sull’una implichi il fatto di incidere sull’altra.
Radicando l’esperienza su tali presupposti, l’azione analitica procede alla cernita delle cose che importano, stimando il peso che assumono e che le rende massicce. E così una via è additata e con lei, il passo originale che la percorre.
La parola infatti quando è messa in moto, quasi per ineluttabile destino, non fa che produrre senso. Il passaggio è obbligato. Si parla e si produce senso. Ma nell’esperienza analitica, pur passando da lì, non è al senso che ci si affida per venire a capo dell’incognita costituita dal sintomo. Discernere le cose che importano è altra operazione. Richiede di procedere secondo quel modo distinto da Lacan – questa volta in Televisione, appena dopo aver fatto riferimento al ben dire – e delineato come “non già comprendere, affondare nel senso, ma rasentarlo quanto è possibile”[4]. Perché no? Riportando sul filo del nostro argomento una sottolineatura di Freud, diciamo pure: “per via di levare” senso[5].
Di conseguenza, invece che lasciarsi trasportare dalla sua corrente fino a esserne sommersi, si procede radenti al discorso del soggetto, così da scorgere tra le cose dette quelle che stanno alla base della sua produzione: quelle che cioè determinano la particolare maniera con cui ciascuno dà senso agli accadimenti, eventi e incidenti, e soprattutto gode di questo senso. È quanto conferisce importanza alle cose. Il peso che assumono e che le rende massicce, è da ricondurre sostanzialmente al godimento che si trae da esse. In breve, il loro peso di godimento.
Discernerle quindi, riconoscendovi al contempo gli elementi e le funzioni che, tra significanti fondamentali e forme dell’oggetto, presiedono nell’inconscio all’organizzazione sintomatica. Discernerle allora e con questo anche ravvisare il perimetro che le racchiude, il bordo che disegnano, per considerare che il campo tracciato dalla clinica psicoanalitica non vi si riduce. La sua estensione è più ampia, sconfina su un’altra dimensione. Tra le cose dette infatti, tra quelle che più importano e suscettibili di riformulare il rapporto con il sintomo, c’è da scorgere un godimento che sta al suo cuore, pulsante, e che per quanto il senso tenti di afferrarlo irrimediabilmente sfugge.
Riposa qui l’implicazione più essenziale, il punto cruciale da maneggiare di volta in volta nei modi opportuni, ponderati, valutando le gradazioni e le modulazioni che servono, caso per caso. Qui e non altrove, lungo la via del discernere e rasentare, va reperito il tratto fondamentale che distingue e distacca, di netto, la pratica lacaniana. J.-A. Miller l’ha messo ben in risalto: la dimensione del fuori senso, il reale antinomico al senso[6].
[1] J. Lacan, Apertura della Sezione clinica (1977), in La Psicoanalisi n. 55, Astrolabio, Roma 2014, p. 11.
[2] Ivi, p. 12.
[3] Ivi, p. 11.
[4] J. Lacan, Televisione (1974), in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 521. Siamo precisamente nel momento in cui sta parlando del gaio sapere.
[5] Cfr. la distinzione tra le arti che Freud riprende da Leonardo da Vinci, per porre l’antitesi tra la suggestione e il procedimento analitico, in Psicoterapia (1904), Opere vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 432.
[6] Cfr. J.-A, Miller, “Psychanalyse pure, psychanalyse appliquée et psychothérapie”, in La Cause freudienne, n° 48, 2001.