Aurora Mastroleo

“C’è una relazione molto stretta tra cultura e terapia”, sono entrambe modalità di risposta al disagio nella Civiltà. Miller dice anche che “sono due cataplasmi”[1], insomma sono come impiastri curativi che sprigionano fluidi balsamici. La psicoanalisi non va in questa stessa direzione.

La psicoanalisi ha di mira non l’effetto, ma la causa. Non anestetizza le persone in modo da superare gli inciampi che qualsiasi vita prima o poi propone, la psicoanalisi, invece, fa leva sugli inciampi e, per chi lo desidera, può sovvertire la direzione a cui ciascuno con la propria cultura sul groppone sarebbe designato.

In Cinque secondi, il film di Virzì uscito lo scorso autunno[2], l’incidente mortale salda angoscia e senso di colpa, lasciando il protagonista nell’abbandono al proprio rimorso. L’Io dell’uomo prestante e avvocato di grido vacilla e da questo doloroso inciampo non si rialza, si rintana invece in un esilio autoimposto. Indifferente a ogni amorevole supporto, rifiuta qualsiasi soluzione terapeutica al proprio dolore. Nel drammatico isolamento si dispiegano, allora, i sintomi dell’autodistruttività umana.

Proprio come nel discorso del nevrotico in analisi, la quesione nodale si gioca sulla scena del processo e davanti al giudice, il ritiro si tramuta in sciopero della difesa che lascia il campo libero all’odio dell’accusa. Il Super Io materno, impersonato dalla ex moglie, si scaglia ferocemente contro questo padre, miseramente colpevole che sembra votato a condanna ed espiazione.  Questo è ciò che la nostra cultura fa presagire da tali premesse.

Invece la regia sfuma sullo scontro e anche sulla china riparativa che blandendo le ferite, risolva lo scontro tra le parti (sebbene in qualche modo l’happy endig flirti con questa fantasia). Qui il film sorprende e si addentra invece su un altro livello. È interessante , almeno per me, che la vicenda legal si intrecci inaspettatamente – come  fosse un sogno – con le vite adolescenziali di personaggi surreali che vanno a disturbare il beniamino proprio nel suo isolamento, disturbano il suo assetto difensivo, ed è grazie a questi incontri che il film traghetta il conflitto interno del protagonista su un altro piano.

Con questa manovra narrativa il regista porta lo spettatore con il suo beniamino fuori dalla morsa nevrotica e grazie a tali nuove e impreviste forme di legame ci fa passare dalle tenbre dell’odio dell’altro – che in fondo coincide sempre  con l’odio per sé stessi, per la propria impotenza davanti al reale della vita e della morte – fino a paventare una radicale assunzione del rischio di viverla la vita.

In questo bel film si può intravvedere, quindi, proprio la possibile tessitura di un rinnovato allacciamento con la più intima giuntura del sentimento della vita. Lì dove l’impotenza nevrotica potrebbe essere assunta come l’impossibile dell’essere umano: ciò che ha di mira una psicoanalisi.

Ma questo Virzì forse non lo sa.

[1] J.-A. Miller, Cours de l’Orientation lacanienne, Du symptome au fantasme et retour, 13.04.1983 (inedito).
[2] Venti secondi, diretto da Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, prodotto da Vision Distribution, uscito il 30 ottobre 2025.