Chiara Mangiarotti
Qualche anno fa, rispondendo a uno dei tanti attacchi sferrati dai fautori delle terapie cognitivo-comportamentali alla psicoanalisi, che vivono oggi una stagione di particolare recrudescenza in Francia[1], Sarantis Thanopulos sottolineava le due diverse culture dell’esistenza alla base dei rispettivi metodi di intervento[2]. Se le prime riducono la persona ad un automa da addestrare e rendere conforme alle norme sociali, la seconda sostiene un approccio relazionale, rispetta la diversità e mira alla singolarità del soggetto, permettendogli di elaborare un proprio percorso, insieme ai genitori.
Dietro la volontà di ridurre la complessità del mondo psichico a comportamenti codificabili e ripetibili, l’autore “intravede l’ombra di un ‘autismo’ scientifico”. A questo proposito, egli cita Giorgio Agamben che nel suo libro Che cos’è reale affronta il tema della fisica quantistica e della sua concezione della realtà probabilistica e statistica[3]. Essa ha imposto una svolta alla scienza: “come le leggi probabilistiche della meccanica quantistica mirano non a conoscere, ma a ‘comandare’ lo stato dei sistemi atomici, così le leggi della statistica sociale mirano non alla conoscenza, ma al ‘governo’ dei fenomeni sociali”[4]. Se nella statistica e nella fisica quantistica la possibilità pura si è sostituita alla realtà e la conoscenza conosce soltanto la conoscenza stessa, Agamben avanza l’ipotesi che, con la sua scomparsa, E. Majorana “ha posto alla scienza la domanda che aspetta ancora la sua inesigibile e, tuttavia, ineludibile risposta: che cos’è reale?”.
Per Carlo Rovelli, fisico teorico e autore di numerosi saggi in cui indaga in particolar modo la teoria quantistica e le sue implicazioni filosofiche, soprattutto delle filosofie orientali, “La realtà, come ci appare oggi, è più tenue di quella immaginata dai vecchi modelli fisici o metafisici: è fatta di accadimenti, eventi discontinui, probabilistici impermanenti, situati l’uno rispetto all’altro, che esistono solo relativamente uno all’altro. Non vive in uno spazio, non si dipana in un tempo. È una trama fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano… La nostra conoscenza di questa realtà è un evento fra eventi, parte delle trame stesse che riflette”[5]. Di questa concezione della realtà, Rovelli trova un’eco nelle Upaniṣad, testi mistico-religiosi della letteratura indiana. In occasione della nuova edizione restaurata del film di David Lynch Inland Empire, sottotitolo italiano L’impero della mente, ne ha scritto una recensione nella chiave dell’Advaita vedanta, il vedanta non-duale, la tradizione in cui si radica la pratica della meditazione trascendentale, a cui David Lynch si è dedicato intensamente nel corso della sua vita[6].
Lo stesso regista, durante una delle prime proiezioni del film, lo aveva presentato con una citazione tratta appunto dalle Upaniṣad: “Siamo come il ragno. Tessiamo la nostra vita e poi ci muoviamo in essa. Siamo come il sognatore che sogna e poi vive nel sogno. Questo vale per l’intero universo”. L’universo in quanto sogno di una mente. Il mondo e il tempo sono prodotti della nostra mente. Nei termini dell’Advaita vedanta, l’itinerario di liberazione prevede di uscire dal sogno soggettivo per accedere alla consapevolezza di non essere che il sogno sognato da un’unica mente: dalla coscienza individuale alla conoscenza assoluta, fuori dallo spazio e dal tempo. L’identificazione con l’io è causa di sofferenza come separazione, il processo di liberazione culmina nella conoscenza dell’Uno.
Inland Empire racconta questo itinerario di conoscenza. Il film mette a dura prova lo spettatore per la mancanza di trama e, apparentemente, di senso. Nella sequenza iniziale, girata in bianco e nero, un disco gira su un grammofono. In una delle prime scene una ragazza senza nome, the lost girl, piange davanti alla televisione. Il suo occhio che lacrima crea il proprio mondo, inizia con la visione della sofferenza, messa in scena nella sitcom, Rabbits, i cui protagonisti sono conigli antropomorfi. What time is it? segna l’inizio, la domanda sul tempo, subito dopo appare il Fantasma che mantiene nel sonno dell’ignoranza e nell’illusione, che genera il male nella dimenticanza dell’Uno. Emanciparsi dalla concatenazione causale che ci costringe per sempre a girare in tondo per accedere all’Assoluto, all’Uno. Nikki è ingaggiata per il remake di un film durante le cui riprese si confonde sempre più con il personaggio che interpreta, Sue. Dal punto di vista dell’Uno le storie sono infinite, compresenti e interconnesse, come la storia di Sue e quella di Niki. Sue rivive le scene iniziali del film, l’inquadratura del disco che gira sul grammofono, la domanda sul tempo, i rabbits, rivede l’occhio che lacrima e crea il proprio sogno: il ritorno del male, il Fantasma, due omicidi. Accoltellata in Hollywood Blvd, Sue muore. Nikki si ritrova da sola e uccide il Fantasma. Fine dell’illusione, fine delle riprese, l’io esce da sé. Risveglio. Nikki ricompare in casa sua, le immagini permangono, nella consapevolezza di essere tali, simultaneamente. Sue, il suo doppio, svanisce. La mente si è liberata, il tempo si è ricongiunto con l’Uno. Rovelli afferma che “la morte è un altro trapasso” così come “la fine delle riprese non è la fine, ma un risveglio”.
Per Jacques Lacan è risveglio tutto ciò che altera l’omeostasi del principio di piacere che garantisce la vita, in questo senso “il risveglio assoluto è la morte”[7]. Nel frattempo ci sono dei risvegli parziali che ci svegliano dal sogno in cui siamo immersi. Si producono con delle fratture dell’omeostasi del principio di piacere e quindi con il superamento della barriera del principio del senso. In un’analisi, si attraversano e si esauriscono tutte le possibili interpretazioni del senso per giungere ad un punto di fuori senso. Esso può sorgere come un evento da un sogno, che diventa così strumento di risveglio: qualcosa del godimento singolare si mostra. Questa è la risposta di un’analisi alla domanda: “che cos’è il reale?”[8]. Non tutto è dell’ordine della mente, c’è qualcosa che non è di questo ordine che Freud ha chiamato inconscio.[9] Su di esso si fonda la psicoanalisi, in tutte le sue applicazioni, per esempio quando, nonostante le apparenze, scommettiamo sulla possibilità di una posizione soggettiva nel trattamento di un autistico, anche grave.
Inland Empire è un incubo angosciante in cui lo spettatore si perde. Dallo schermo le immagini ci guardano: con esse David Lynch borda il reale unheimlich che tutti i suoi film fanno emergere.
[1]”Santé mentale : l’utilité publique de la psychanalyse” https://mediaconnect.com/www-causefreudienne-org?lang=fr&_gl=1*fpwsfh*_ga*MTkxNDk3ODc1OC4xNzcyNTE4MzUw*_up*MQ
[2] S. Thanopulos, L’autismo regolato, il manifesto del 14/02/2017, https://ilmanifesto.it/lautismo-regolato
Sarantis Thanopulos è presidente della SPI.
[3]G. Agamben, Che cos’è il reale, Neri Pozza, Padova 2024. Agamben affaccia una nuova ipotesi sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta il 25 marzo 1938.
[4] E. Majorana, Il valore delle leggi statiche nella fisica e nelle scienze sociali, cit. in G. Agamben, Che cos’è il reale, cit., p. 19
[5] C. Rovelli, Sull’uguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano 2025, terza di copertina.
[6] M. Rovelli, Inland empire, vent’anni dopo, Doppiozero, rivista digitale, 2 marzo 2026, https://www.doppiozero.com/inland-empire-ventanni-dopo
[7] J. Lacan, Improvisation: désir de mort, rêve et réveil, l’Ane n. 3, 1974, in É. Laurent, Il Risveglio dal sogno o l’esp d’un rev, https://uqbarwapol.com/il-risveglio-dal-sogno-o-lesp-dun-rev-eric-laurent/ L’espace di un rêve, lo spazio di un sogno, in assonanza con l’espressione di Lacan l’esp d’un lapsus, lo spazio di un lapsus, il suo attimo fulmineo in cui si manifesta la verità.
[8] É. Laurent, Il Risveglio dal sogno o l’esp d’un rev, cit.
[9] J.-A. Miller, Salute mentale e ordine pubblico in Introduzione alla psicoanalisi, Astrolabio, Roma 2012, p. 78.