Adele Succetti
Il titolo del prossimo Convegno della SLP mette in opposizione due pratiche – psicoterapia e psicoanalisi – a partire da quella che è l’etica propria della psicoanalisi, ovvero il “ben-dire”.
Lacan lo esplicita nel suo testo “Televisione”, quando risponde alla domanda rivoltagli da Jacques-Alain Miller “Che devo fare?”, in questi termini: “Posso solo riprendere la questione come fanno tutti, ponendomela per quanto mi riguarda. E la risposta è semplice. È ciò che faccio, ricavare dalla mia pratica l’etica del Ben-dire” tenendo bene a mente, però, che “l’etica è relativa al discorso”[1].
Cosa significa questa puntualizzazione? In che senso la psicoanalisi si specifica proprio a partire dal ben-dire?
Il discorso psicoanalitico, così come Lacan lo ha concepito, è un discorso che ha una logica propria e che, soprattutto, non pone un (significante)-padrone al posto di comando ma piuttosto l’oggetto a. A differenza delle psicoterapie in cui comandano uno o più significanti presi dalla “realtà collettiva” – il ben-essere, il conformismo, l’adattamento, il trauma, e altre etichette di moda… – e che quindi funzionano attraverso una sorta di suggestione “autoritaria”, la psicoanalisi lavora con il soggetto del significante senza mai otturarlo, al contrario, permettendo che dalla sua divisione emerga anche la sua “varità”, cioè la sua verità per così dire variabile. La psicoanalisi ha effetti terapeutici ma la terapia, ovvero il ritorno all’omeostasi iniziale, non è il suo fine ultimo; ci sono effetti terapeuti ma essi sono laterali, in sovrappiù.
Cosa significa quindi etica del ben-dire? Se torniamo allo scritto “Televisione”, Lacan indica innanzitutto che, a differenza della psicoterapia, che si colloca (ed opera) sul “versante del senso”,[2] la psicoanalisi mette in valore piuttosto il “versante del segno”[3], che include il godimento detto anche “godi-senso”. Come indica J.-A. Miller nel suo corso “La fuga del senso”, “Il significante è il simbolico in quanto avrebbe un effetto di senso, mentre il segno è invece quel nuovo simbolico che ha per eccellenza un effetto di godimento.”[4] Il significante da solo, in un certo senso, non ha presa sul godimento, ed è per questo che è necessario passare per la via del segno, che include il godimento: “È il reale che permette di sciogliere effettivamente ciò in cui il sintomo consiste, ovvero un nodo di significanti”[5].
Per questo motivo, l’etica della psicoanalisi, come si evince da uno dei commenti a margine del testo, non si occupa del Bene, come le saggezze del passato o le religioni, e neppure di altri universali (“Il Ben-dire non dice dov’è il Bene”[6]). L’etica della psicoanalisi mira al singolare della persona che si rivolge a un analista in quanto soffre, non ha ideali o obiettivi a partire dai quali adattare la cura e, tanto meno, da imporre al cosiddetto paziente. Piuttosto, poiché Lacan parla di etica e non di morale, il compito (o dovere) di colui che si ingaggia nell’esperienza di un’analisi è quello di “ben dire o di ritrovarcisi nell’inconscio, nella struttura”[7]. Questo significa dire al meglio quale responsabilità ha in ciò che lo fa soffrire, che godi-senso trae dalla sua posizione, quella di cui si lamenta, perché, dice ancora Lacan, “il soggetto è felice”[8], sempre, ed è per questo motivo che ripete.
La portata sovversiva della psicoanalisi è proprio questa: al di là del lamento o della giustificazione, il soggetto in analisi impara a parlare, impara a saperci fare con gli effetti del proprio dire, e questo – oltre ad avere effetti terapeutici – ha effetti propriamente etici: la trasformazione del soggetto che, a partire da un nuovo rapporto con il proprio inconscio, e quindi con il proprio godimento, può scegliere e assumere la propria differenza. Per questo il ben-dire non ha niente a che vedere con la retorica, non è un bel-dire, esso – quasi inevitabilmente – giro dopo giro, seduta dopo seduta, produce una vera e propria riduzione: dal dramma, dalla tragedia a pochi elementi che, spogliati dal loro pathos, assumono caratteri molto spesso comici. Una storiella attorno a cui si è costruito un dramma….
L’etica del ben-dire, come ci insegna ancora J.-A. Miller nel suo corso “Ex-timità”, “prescrive di trovare un accordo, un’armonia tra il significante e il godimento”[9]. Solo per questa via si può trovare qualcosa di nuovo…
[1] J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 535.
[2] Ivi, p. 509.
[3] Ivi, p. 510.
[4] J.-A. Miller, Cours de l’Orientation lacanienne, La fuite du sens, lezione del 10.04.1996.
[5] J. Lacan, Televisione, op. cit., p. 512.
[6] Ivi, p. 518.
[7] Ivi, p. 520.
[8] Ivi, p. 521.
[9] J.-A. Miller, Cours de l’Orientation lacanienne, Extimité, lezione del 18.6.1986.