Manuela Simone

Pubblicità del benessere

In piena notte una giovane mamma prova invano a cullare il neonato che urla: è esausta. Un uomo in sovrappeso nasconde inutilmente il proprio corpo nei vestiti larghi: si vergogna davanti agli altri. Una donna si tocca le cicatrici profonde sull’addome: è triste. Un ragazzo va a suonare la batteria con gli amici: è molto agitato. Una voce fuori campo recita: “Non sono io. Non sono il mio stress. Non sono il mio sovrappeso. Non sono le mie cicatrici. Non sono la mia ipoacusia. In te c’è molto di più. Puoi. Facciamolo. La Tecniker, la miglior assicurazione della Germania.”[1]

La recente campagna pubblicitaria della Techniker Krankenkasse (TK), una delle più grandi assicurazioni sanitarie tedesche, imperniata sull’empowerment personale, ritrae persone in difficoltà, che vengono sostenute e incoraggiate. A tratti compare la scritta: “Non devi fare tutto da solo. Vieni. Parliamo.” Parlare con qualcuno, intraprendere un percorso, per tornare a funzionare. La promessa è che andrà meglio e che si tornerà presto operativi.

Nella stessa piattaforma, caratterizzata dallo slogan “Du kannst. Machen wir’s.” (Puoi. Facciamolo.), vengono affrontate le difficoltà psichiche dei giovani. La serie YouTube Ungefiltert du. (Tu senza filtri), indirizzata alla generazione Z, dà direttamente voce ai giovani stessi: con l’hashtag #wireinander[2] (#noiinsieme) sono state raccolte e condivise in rete le loro storie personali, su temi profondi quali amore, solitudine, depressione, malattie, ricerca di sé, dipendenze. Grazie alla collaborazione con blogger noti, la campagna pubblicitaria ha raggiunto una diffusa risonanza. La TK interviene con i propri esperti alla fine di ogni episodio, che si conclude con lo stesso messaggio, in cui si ribadisce che il disagio non è una colpa, non è un’identità, non ti definisce: “Puoi. Facciamolo.” È la struttura dell’empowerment applicata alla salute mentale, in cui l’assicurazione sanitaria si propone come partner empatico che offre soluzioni per riparare ogni disagio, all’interno di una logica di relazione di aiuto centrata sull’Io.

Il modello Eitingon

La psicoanalisi arriva in Germania agli inizi del Novecento, quando Karl Abraham fonda nel 1908 a Berlino il primo circolo di studio per diffondere le idee di Freud.​ Nel 1920 viene inaugurato il Berliner Psychoanalytische Poliklinik (Policlinico Psicoanalitico di Berlino), diretto da Ernst Simmel e da Max Eitingon, che lo finanzia in larga misura con il patrimonio di famigliare. Si tratta della prima esperienza clinica psicoanalitica al mondo ad offrire trattamenti accessibili anche alle classi popolari. Il modello di formazione elaborato da Eitingon verrà adottato come riferimento standard da parte di molte società psicoanalitiche successive: basato sui tre pilastri inseparabili prevede: analisi personale, supervisione e seminari teorici. Con l’avvento del nazismo, i testi freudiani vengono bruciati e la psicoanalisi, considerata “Jüdische Wissenschaft” (scienza ebraica), viene soppressa o revisionata, cioè “arianizzata”[3]. Ma sarà proprio in Germania Ovest dove nel dopoguerra nasceranno nuovi istituti psicoanalitici in diverse città e nel 1967 verrà riconosciuto dal sistema sanitario pubblico l’approccio psicoanalitico come primo metodo psicoterapeutico.

Nel quadro attuale, la psicoterapia è regolata da criteri di necessità medica, verifica della qualità ed efficacia scientifica, secondo le linee guida del Comitato Federale, che ha definito quattro metodi rimborsabili dal sistema assicurativo: la psicoterapia comportamentale, quella a orientamento psicodinamico (concidente con le cosiddette terapie brevi), quella analitica (di lunga durata) e, di recente, la terapia sistemica. In particolare, la psicoterapia analitica rappresenta la deriva psicologica dell’applicazione del metodo della psicoanalisi entro i confini definiti dalle politiche sanitarie. Per questo la psicoanalisi non può riconoscersi nello specchio che le viene teso dallo stato, specifica Miller, perché in esso appare come psicoterapia.[4]

Terra del rifiuto

Il profondo intreccio tra psicoterapia e psicoanalisi e la massiccia pratica psicoanalitica prevalentemente nella forma di psicoterapia analitica, hanno fatto della Germania una terra che rifiuta la psicoanalisi, privilegiando le istanze della conformità sociale rispetto all’ascolto del soggetto. Da un lato, infatti, la psicoanalisi è riconosciuta come metodo clinico ma al tempo eviene ridotta a procedura standardizzata, al pari delle altre psicoterapie: la portata sovversiva della sua formula lacaniana di inconscio strutturato come un linguaggio viene così depotenziata e riassorbita in un discorso psicologico volto a stabilizzare l’Io e a ridurre il sintomo E piegata, infine, alla logica dell’efficienza e del calcolo costi-benefici.

Paradossalmente, però, l’efficacia pragmatica delle diverse proposte terapeutiche e la rassicurante parcellizzazione delle cure non hanno impedito che le spese per la salute mentale raggiungessero i massimi storici, diventando uno dei principali motori della crisi finanziaria delle casse tedesche, mentre nella popolazione si fanno sempre più numerosi e intrattabili i sintomi d’angoscia.

Al di là del sistema statale

Affrontare il tema della differenza tra psicoterapia e psicoanalisi in Germania significa sollevare una questione clinica e politica, centrata sul posto del soggetto nell’era della performance. Il ridurre il malessere a malfunzionamento e la sofferenza ad ostacolo alla produttività fa virare le cure verso una rieducazione dell’Io orientata all’adattamento, in cui il terapeuta si pone nella posizione di colui che sa quale sia il bene per il soggetto, in un percorso che non tiene conto della tenacia propria di ogni sintomo, che non risponde alle intenzioni dell’Io e del senso, bensì del godimento, che boicotta sempre la guarigione.

Diversamente, la posizione dell’analista nell’insegnamento lacaniano si differenzia dalla psicoterapia, in quanto, come ha detto Freud, si situa al di là del principio del piacere: se nella nevrosi non propone un’identificazione in più, bensì la caduta dell’identificazione[5], verso il reale del sintomo e il godimento che lo sostiene, in direzione del desiderio inconscio del soggetto, strutturalmente insoddisfacibile e non orientato né al bene né alla felicità[6], nel campo della psicosi, dove il Nome-del-Padre è stato forcluso dal simbolico, la direzione della cura verte a sostenere o inventare supplenze che tengono insieme Reale, Simbolico e Immaginario.

In conclusione, in un sistema tarato sul benessere, dove tutto è certificato, misurato e protocollato, possiamo considerare la psicoanalisi esercitata all’esterno di tale cornice, un tentativo di resistenza contro la pedagogia del benessere, l’ortopedia dell’adattamento e la standardizzazione, a favore della verità singolare reperibile sulle tracce di quel resto strutturale, che nessun protocollo psicoterapeutico può addomesticare. Poichè la sfida della psicoanalisi in Germania, come ovunque imperi la norma, riguarda fondamentalmente il garantire al soggetto la sua singolarità irriducibile, unica vera difesa contro l’alienazione del benessere programmato.

[1] Spot della compagnia d’assicurazioni TK (Techniker Krankenkasse): Du kannst. Machen wir’s. Consultabile su:  https://www.youtube.com/watch?v=vue0pWThteQ
[2] #wireinander è la campagna YouTube del 2014/2015 della Techniker Krankenkasse (TK), sviluppata da Endemol Beyond, in collaborazione con l’agenzia fischerAppelt e Google. Rivolta a un target giovane, la campagna sfrutta abilmente l’effetto dei social media: famosi YouTuber come Dner o LeFloid, hanno condiviso le loro esperienze personali sul tema della salute con le loro community, invitando i giovani coinvolti a fare altrettanto. Consultabile su https://www.fischerappelt.com/cases/wireinander
[3] Quando Lacan giunse a Berlino nell’agosto del 1936, la maggior parte degli psicoanalisti non c’erano più, in quanto ai membri ebrei della Deutsche Psychoanalytische Gesellschaft (Società tedesca di psicoanalisi che si scolse nel 1938) era stato chiesto di lasciarla già alla fine del 1935. L’Istituto berlinese fu assorbito dal Deutsche Institut für psychologische Forschung und Psychotherapie (Istituto tedesco per la ricerca psicologica e la psicoterapia), diretto dal nazionalsocialista e adleriano Matthias H. Göring.
[4] J. A. Miller, Psicoterapia e psicoanalisi, in Atti del convegno «Psicoterapia e psicoanalisi», Torino 1991, p. 24.
[5] Ivi, p. 31.
[6] J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008, pp. 280-281.