Intervista a Juliana Meirelles Motta (membro EBP – Belo Horizonte)
Cínthia Demaria
Le Conversazioni cliniche sono state inizialmente concepite da Jacques-Alain Miller per gli incontri clinici tra psicoanalisti, potendo essere un dispositivo della psicoanalisi in estensione. Esse promuovono incontri affinché vi sia una “libera associazione collettivizzata”, dove la parola circola a partire dall’interlocuzione con l’altro, in modo che il soggetto possa spostare qualcosa dalla sua posizione di fronte al proprio disagio, producendo effetti di diminuzione dell’angoscia. La Conversazione appare come un’esperienza dalla quale si può ricavare qualcosa dell’effetto soggetto. Una scommessa sull’incontro e sul sapere di ciascuno come aperture affinché qualcosa di nuovo possa emergere nel discorso.
La Conversazione come dispositivo conserva l’etica della psicoanalisi e rivela la sua implicazione nei sintomi della modernità, “senza Standard, ma non senza principi” (Miller, 2008, p.12). Un gruppo si forma generalmente in un’istituzione, inizialmente a partire da un malessere, e si riunisce volontariamente su invito dell’istituzione stessa. Esso non si costituisce con l’obiettivo di raggiungere un benessere, ma di rendere possibile la circolazione della parola. Si caratterizza come un tentativo di far emergere dei punti nuovi, da scoprire perché aprono la possibilità a ogni membro del gruppo di portare le proprie questioni, condividerle e metterle in discussione. In altre parole, non si tratta di un gruppo di mutuo aiuto, ma di un luogo in cui la parola produce una sovversione dei significanti che etichettano o predefiniscono i suoi partecipanti. La sovversione che la Conversazione propone sta nel contenuto di ciò che viene detto e prodotto dalla circolazione della parola tra i vari membri del gruppo. Éric Laurent (2018) ci indica che a partire dal dono della parola, dalla Conversazione, si instaura il transfert ed è necessario “sapere che uso se ne farà”.
Di fronte a questa possibilità, la psicoanalisi può ampliare il proprio campo d’azione entrando nelle istituzioni, come nel Centro interdisciplinare di studi sull’infanzia (CIEN), creato da Jacques-Alain Miller nel 1996 come istanza internazionale del Campo freudiano, che svolge un lavoro orientato dalla psicoanalisi sin dall’inizio della sua attività. Puntare sulla Conversazione come forma di intervento quando emerge un’impasse, all’interno della routine lavorativa di professionisti di diverse aree, contribuisce da una posizione di estimità, allo stesso tempo profondamente implicata e in qualche modo al di fuori dei discorsi vigenti. Il CIEN Minas, a Belo Horizonte, ha come uno dei suoi obiettivi quello di permettere alla psicoanalisi di lasciarsi insegnare ciò che altre discipline rivelano sul sapere del bambino e dell’adolescente e, con ciò, di far circolare la parola in spazi dove fino ad allora non era possibile.
Per questo testo abbiamo preso come esempio uno dei laboratori del CIEN Minas, intitolato Madri e suoi figli, nato nel 2022 dalla domanda: “Da dove partire per organizzare l’incontro delle madri con i propri figli, bambini e adolescenti, durante una visita in ospedale?”. In linea di principio, questa domanda nasceva dai casi clinici costruiti in un istituto psichiatrico. In quel contesto, le madri erano ricoverate in un momento di crisi psichiatrica e l’incontro con i figli avveniva attraverso le visite o attraverso il discorso delle madri sui propri figli. In questo modo, nel corso del lavoro del laboratorio è stato possibile raccogliere dalle conversazioni alcuni elementi per una pratica con le madri e i loro figli, che sono stati discussi fino ad ora. Inizialmente, le conversazioni vertevano sui resoconti forniti dai professionisti che ascoltavano i bambini e gli adolescenti che arrivavano ai servizi di emergenza di salute mentale. Come risultato di questi primi incontri, il laboratorio ha identificato che anche i genitori e i tutori presentavano la richiesta di uno spazio di parola per affrontare proprio questa zona di frattura, i cui effetti si osservavano nei bambini. Oggi il laboratorio sostiene uno spazio di Conversazione per madri e padri di bambini e adolescenti assistiti nelle istituzioni pubbliche di salute mentale di Belo Horizonte, il che è già un effetto delle conversazioni stesse.
Per capire meglio l’esperienza del laboratorio Madri e suoi figli, abbiamo intervistato la psicoanalista Juliana Meirelles Motta (EBP-Minas), che coordina le Conversazioni nei servizi sanitari per l’infanzia e l’adolescenza della rete pubblica di Belo Horizonte.
Da dove nasce la domanda e come funziona la Conversazione in queste istituzioni?
In un mondo in cui la domanda e la parola appaiono precarie, il lavoro delle Conversazioni parte innanzitutto da un luogo dell’offerta, da un invito al soggetto a parlare. Offriamo la Conversazione in due Centri di Riferimento per la Salute Mentale Infantile e Giovanile di Belo Horizonte, che accolgono giovani dipendenti da alcol o altre droghe o con una significativa malattia psichica, spesso legati a una situazione di vulnerabilità sociale. Una volta al mese uno psicoanalista del CIEN Minas si rende disponibile ad ascoltare in due zone della città. Oltre all’ascolto da parte dello psicanalista, il lavoro è reso possibile anche dall’offerta in loco da parte dell’equipe del centro, che si rende disponibile ad accogliere il laboratorio e ad invitare i genitori dei bambini e degli adolescenti che vi sono assistiti. Questo lavoro nasce, prima di tutto, dal desiderio di tutte le parti coinvolte: dell’analista, dell’istituzione pubblica e, soprattutto, delle madri, che si mettono al lavoro nelle conversazioni.
Le madri/i padri sono invitati dell’equipe e aderiscono volontariamente alla Conversazione. Nonostante si svolga mensilmente, l’adesione è fluttuante e non partiamo da una cronologia per seguire l’evoluzione dei casi. Ogni Conversazione è unica, lavoriamo con il reale di quel momento, con ciò che emerge lì, in quel gruppo. Partiamo dal tempo logico. Una stessa madre che partecipa a uno o più incontri può produrre un sapere molto diverso in ciascuno di essi.
In che modo il lavoro di Conversazione in queste istituzioni si differenzia dal lavoro di un gruppo di mutuo aiuto, e come fanno i partecipanti a percepire questa differenza?
È impressionante come i partecipanti stessi capiscano che quello non è uno spazio di mutuo aiuto. Non ci chiedono aiuto, semplicemente prendono la parola subito dopo che abbiamo offerto loro la possibilità di dire ciò che vogliono. La sfida più grande è quella di intervenire con i tecnici e con l’equipe che partecipa e cerca di intervenire cercando di creare qualche “soluzione”. In quel momento interveniamo per interrompere questa idea e far circolare nuovamente la parola tra i partecipanti. D’altra parte, l’equipe rivela anche un transfert con l’analista presente, perché comprende e scommette su un sapere che lì può essere costruito. L’istituzione stessa riconosce l’importanza della Conversazione perché non viene richiesto un “riscontro” diretto, poiché questo è già percepito nella conduzione dei casi.
In quattro anni di laboratorio, quali sono gli effetti che avete potuto raccogliere dalle Conversazioni nei genitori, i bambini e gli adolescenti?
L’effetto maggiore è rappresentato dai genitori che partecipano agli incontri successivi. Siamo sempre molto richiesti e l’equipe stessa richiede la nostra presenza nello spazio. Abbiamo notato che l’ascolto produce un cambiamento di posizione nel discorso di una madre, un coinvolgimento con la parola e una morbidezza nel caso. Ricordo una madre che ascoltava un’altra lamentarsi di un figlio adolescente e lei stessa sollevava la questione: “ma è l’adolescenza o la sua malattia che vedi?”. È importante assistere alla costruzione di un nuovo sapere e alla visibilità di una madre che è chiamata dal Ministero Pubblico o dalla famiglia a occupare questo spazio di “buona madre”, riconoscendo che anche lei ha le sue debolezze. È un luogo dove le madri possono interrogarsi, dubitare, parlare e deidealizzare il ruolo della madre ideale.
Come valutate il lavoro delle Conversazioni per la psicoanalisi e per le politiche pubbliche?
Il lavoro delle Conversazioni è molto importante sia per la psicoanalisi che per le politiche pubbliche, anche se occupa necessariamente un posto modesto e non normativo. Nel campo delle politiche pubbliche, si tratta di una tradizione che porta avanti un lavoro che spesso nasce come un’idea marginale, al di fuori di un discorso omogeneo o di protocolli rigidi. Proprio per questo, non si basa sulle regole, ma punta sulla presa di parola, sull’ascolto qualificato e su una logica di riduzione del danno. Le Conversazioni consentono a queste donne di uscire dal luogo di un godimento pieno, spostandosi dalla posizione di oggetto rispetto ai figli in crisi, il che apre la possibilità di pensare e cambiare la loro posizione soggettiva.
Questo lavoro, anche se non sostituisce un accompagnamento individuale, può favorire la ricerca di un’analisi personale e un riposizionamento nei confronti dei figli. Per la psicoanalisi, le Conversazioni sono molto benvenute, purché non si trasformino in semplici spazi di dialogo o orientamento. Si tratta di un intervento che richiede il costante ripensamento dei principi, ricordando ciò che è in gioco e ciò che si fa lì. Non si tratta di madri che trascinano i propri figli, ma di una scommessa sulla responsabilità soggettiva. In questo senso, si configura come un’azione lacaniana nell’istituzione, iscritta nel campo della psicoanalisi in estensione e della psicoanalisi applicata, sostenendo l’etica della psicoanalisi nell’incontro con il sociale e con le istituzioni.
Riferimenti:
J-A Miller (2003). La pareja y el amor: conversaciones clínicas con Jacques-Alain Miller en Barcelona/Jacques- Alain Miller. [et. al.] – 1ªed. – Buenos Aires: Paidós, 2003. p.16.
J-A Miller (2008). Efeitos terapêuticos rápidos em psicanálise: conversação clínica com Jacques-Alain Miller em Barcelona. Belo Horizonte: Escola Brasileira de Psicanálise- Scriptum livros, 2008.
É. Laurent. (2018) “Retomar a definição do projeto do CIEN e examinar sua situação atual”. In: Trauma, solidão e laço na infância e adolescência: experiências do CIEN no Brasil/. organizado por Nohemí Brown, Lucíola Macedo e Rodrigo Lyra. Belo Horizonte: EBP, 2018, p. 46.