Paolo Rocco Cipriano
Nel 1948 l’OMS ha definito la salute come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la mera assenza di malattia»[1]. Tuttavia, se già in ambito medico il benessere fisico non può essere ridotto alla semplice assenza di patologie, la questione diventa ancor più complessa quando si considera il benessere psicologico. Come va inteso, dunque, il benessere mentale? E, ancora, che cosa si intende per “assenza di malattia”? A partire dalla svolta introdotta dall’OMS, che ha esteso il concetto di salute includendo anche le dimensioni psicologiche e sociali, sono stati sviluppati numerosi modelli volti a misurare la Qualità della Vita (QdV). Emerge, di conseguenza, un interrogativo: che cosa determina la qualità della vita? O, meglio, che cosa rende “vivi”?
Questi modelli non si limitano a considerare le diverse forme di benessere, ma includono anche variabili quali la qualità delle relazioni interpersonali, il livello di autodeterminazione, l’inclusione sociale, l’empowerment e altri fattori affini. Alla base di tali indicatori si collocano studi sull’autostima, sull’autoefficacia e, più in generale, sulla motivazione. L’importanza attribuita alla motivazione emerge chiaramente anche nella celebre piramide di Maslow o “piramide della motivazione”[2], che organizza i bisogni umani secondo un ordine gerarchico, alla cui base si collocano i bisogni fisiologici e al vertice l’autodeterminazione.
Che cos’è, allora, la motivazione? È uno stato di tensione da cui nasce una spinta orientata ad un obiettivo, ovvero alla ricerca di un “oggetto” capace di ridurre tale tensione, garantendo in tal modo una certa soddisfazione. Ne consegue, però, che l’oggetto volto a colmare tale tensione coincide con ciò che la produce, in quanto è la sua mancanza a favorire la spinta. L’oggetto si configura, dunque, sia come ciò che manca al soggetto, assumendo per questo una funzione di causa, sia la meta della “motivazione” stessa.
Per questo motivo, Lacan attribuisce all’oggetto un duplice statuto: da un lato come mira (agalma), dall’altro come causa (palea). L’oggetto in quanto mira, che appare come promessa di soddisfazione, si costituisce a partire dalla causa, la quale si colloca sul versante del soggetto ed è modellata sulle prime esperienze di soddisfacimento. Ne consegue che, mentre la mira può esaurirsi una volta raggiunta la meta, la causa resta inesauribile, poiché non dipende dagli oggetti mira, ma trae origine dal soggetto stesso. Se, invece, con il conseguimento della mira si esaurisse anche la causa fino a scomparire, verrebbe meno la motivazione, cioè la spinta vitale, e – pertanto – la vita stessa. È per questa ragione che Freud ha attribuito alla causa un carattere di indistruttibilità, identificandola con il desiderio e assegnandole uno statuto inconscio[3].
Ne consegue che, se la soddisfazione del bisogno appartiene all’ordine del piacere, ossia l’estinzione della tensione, l’oggetto del desiderio – che non appaga il bisogno, ma rilancia incessantemente la ricerca – introduce una tensione, spingendo il soggetto verso un movimento continuo e presentificando, così, un al di là del piacere. Si può, allora, porre una domanda: rende più vivi una motivazione destinata a esaurirsi nel raggiungimento di un obiettivo, oppure un desiderio sostenuto dalla ricerca incessante di un oggetto che non può essere colmato dal bisogno?
Lacan ha dato un nome a questo oggetto causa del desiderio, ossia oggetto piccolo a, attribuendogli il valore di nucleo del godimento, altro nome della soddisfazione – ma di una soddisfazione che origina proprio dalla tensione che la vivifica. In questa prospettiva si comprende anche perché i sintomi psichici comportino sempre, per il soggetto, un certo tornaconto e una resistenza al trattamento analitico. Infatti, pur nella sofferenza che implicano, essi mantengono una particolare tensione nella quale il soggetto trova una forma di soddisfazione, quella del godimento che si colloca al di là del principio di piacere.
Diventa così più chiaro perché Lacan indichi il desiderio come strutturalmente insoddisfatto[4]. Infatti, è nell’inafferrabilità dell’oggetto del godimento che esso trova il proprio sostegno. Il desiderio, in altri termini, si mantiene solo a condizione di non compiersi: la sua persistenza esige una certa mortificazione. Ed è, dunque, proprio la tensione determinata dall’oggetto del godimento a garantire la sua permanenza. Su questa base, Jacques-Alain Miller può affermare: «Ciò che nel soggetto resta [è] propriamente il godimento, che è il nome della vita»[5]. Non è la motivazione, dunque, a rendere vivi, né il desiderio, ma ciò che si situa al di là di entrambi: l’al di là del piacere, il godimento che eccede il piacere, l’altrove[6].
[1] Consultabile al seguente indirizzo: https://www.who.int/about/governance/constitution
[2] Cfr. A. H. Maslow, Motivazione e personalità [1954], Armando Armando, Roma, 2010.
[3] Cfr. S. Freud, L’interpretazione dei sogni [1899], in Opere, vol. 3, Bollati Boringhieri, Torino, 1971, p. 565.
[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio [1957-1958], a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2004, p. 425.
[5] J.-A. Miller, Dunque, a cura di A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma, 2025, p. 296.
[6] Il termine “altrove” deriva dal latino aliter ubi, letteralmente “diversamente dove”.