L’etica del Ben-dire
Roberto Pozzetti
Psicoterapie e psicoanalisi
Non c’è coincidenza della psicoanalisi con la psicoterapia. Difatti “la psicoanalisi non è una terapia come le altre” – così scrive Lacan in Varianti della cura-tipo. La distingue “un rigore in qualche modo etico, fuori dal quale qualsiasi cura […] non può che essere psicoterapia”[1]. Non si sa mai esattamente come definire la psicoanalisi che è una pratica, un’esperienza ma anzitutto una cura, una talking cure: “una psicoanalisi, tipo o no, è la cura che ci si aspetta da uno psicoanalista”[2]. Lacan ripropone alla lettera questa frase una quindicina d’anni dopo, come criterio per differenziarla dalla psicoterapia e dalla terapia il cui “centro è dato dal termine suggestione”[3]. Oltre a considerare la psicoanalisi come un’esperienza, Lacan non smette dunque di considerarla una cura.
Fondamentale nella cura psicoanalitica, come si coglie anche in La direzione della cura e i principi del suo potere, è perciò l’etica. Etica del desiderio, etica del Ben-dire. Rispondendo, in Televisione, alla questione di Jacques-Alain Miller: “Che devo fare?”, lo affermava Lacan: “La risposta è semplice. E’ ciò che faccio, ricavare dalla mia pratica l’etica del Ben-dire su cui ho già messo l’accento”[4].
Le varie psicoterapie mirano al bene, al benessere, a estirpare il sintomo. La psicoanalisi, permessa dal disessere che caratterizza l’analista, punta piuttosto a saperci fare con il sintomo ottenendo semmai degli effetti clinici indirettamente attraverso il Ben-dire. La psicoanalisi non mira al bene né al Sommo Bene. Lacan ne parla espressamente agli analisti: “non dovete in alcun modo porre come primo termine del fine della vostra azione il bene, presunto oppure no, del vostro paziente ma, per essere esatti, il suo eros”[5]. Lo chiarisce in questo modo nella prima lezione del seminario VIII ritornando sulle questioni centrali di quello precedente, dedicato proprio all’etica.
Origini del Ben-dire
L’orientamento verso il Ben-dire è dunque di tipo etico. L’etica, singolare, diverge decisamente dalla morale comune. “L’etica è essenzialmente un giudizio sulla nostra azione[6]”. Da dove Lacan trae il concetto di Ben-dire? Un suo antecedente è la parola piena come base della realizzazione psicoanalitica del soggetto; “è effetto di una parola piena il riordinare le contingenze passate” [7] a differenza di quanto avviene con i vani miraggi della parola vuota che divengono lo sfoggio di un esercizio linguistico. Un altro antecedente è appunto la freudiana talking cure. Parlare non è dire e il Ben-dire analitico si smarca dall’amichevole chiacchierata descritta spesso da coloro che ci domandano un’analisi dopo delle insoddisfacenti psicoterapie. Ecco l’azione lacaniana.
“Se la regola dell’azione è nell’orthos logos”, nel retto discorso, nella retta saggezza rintracciata da Lacan nell’Etica nicomachea di Aristotele, “come è possibile che sussista quel che Aristotele articola come la intemperanza?”[8]. Infatti, per Aristotele, “la retta ragione è quella conforme alla saggezza”, collegata con la virtù e con il giusto mezzo[9]; la psicoanalisi si occupa invece spesso dell’intemperanza.
Logos è un termine di complessa traduzione. Cacciari prova a tradurlo come discorso logico e precisa che va distinto da parola[10]. Anche Lacan, per quanto riguarda il Ben-dire, accentua la dimensione del discorso e appunto del dire anziché quella della parola; “l’etica è relativa al discorso”[11]. Parlare non è dire; parliamo di un argomento ma l’inconscio dice qualcosa di diverso dalle nostre intenzioni, per esempio in un lapsus.
Afferma Lacan che Freud, avendo seguito il corso di Brentano su Aristotele, traspone nella sua pratica la questione etica. Dunque l’orthos logos di cui si tratta in analisi “non sono affatto delle proposizioni universali, è il modo con cui vi insegno ad articolare ciò che succede nell’inconscio, è il discorso che si tiene a livello del principio di piacere”[12]. Vi sono delle affinità fra il concetto di orthos logos in Aristotele e il principio di piacere della prima topica freudiana; l’al di là del principio di piacere specifico della seconda topica si distingue invece dal bene come è stato pensato da Aristotele che accostava bene e piacere. Perciò il Ben-dire lacaniano non è affatto dire “dov’è il Bene. Infatti, quella famosa tensione minima con cui Freud articola il principio di piacere cos’altro è se non l’etica di Aristotele? […] Mi sono riferito a Nicomaco e a Eudemo, cioè ad Aristotele per differenziare vigorosamente l’etica della psicoanalisi”[13]. L’etica della psicoanalisi concerne anche e soprattutto ciò che sfugge alla temperanza, concerne l’al di là del principio di piacere. La differenza fra il Ben-dire e il Sommo Bene sta al cuore della divaricazione con Aristotele: ecco “il fondamento dell’idea del Bene in quell’etica di Aristotele a cui vi ho incitato a riferirvi per coglierne le impasse”[14]. La ricerca filosofica del Bene si dimostra una via a fondo cieco, una strada senza uscita.
Mentre per Aristotele il dire si collega alla saggezza, un percorso analitico concerne il Ben-dire anche e soprattutto a proposito di quelle forme di incontinenza, di intemperanza che Lacan andrà a denominare godimento. Si riscontra, in Lacan, forse non una sovversione ma almeno una torsione dell’orthos logos filosofico verso il Ben-dire psicoanalitico. il Ben-dire concerne il dire ciò che viene in mente secondo il metodo della libera associazione: dire la verità, non tutta in quanto la verità è impossibile dirla tutta, in quanto il sapere non raggiunge mai la verità. Quando crediamo di parlare da una posizione di padronanza, il Ben-dire dell’inconscio ci spodesta da questa presunta padronanza. Non tutto ci appare chiaro ma un punto è sicuro: il Ben-dire non punta al benessere, non è dire il bene, il bene della morale comune; il Ben-dire concerne l’etica singolare dell’eros di un soggetto al di là del principio di piacere.
[1] J. Lacan, Varianti della cura-tipo in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 318.
[2] J. Lacan, ibidem, p. 323.
[3] J. Lacan, Il seminario. Libro XV. L’atto psicoanalitico, Einaudi, Torino, 2025, pp. 194-195.
[4] J. Lacan, Televisione in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2001, p. 535.
[5] J. Lacan, Il seminario. Libro VIII. Il transfert, Einaudi, Torino, 2008, p. 12.
[6] J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1996, p.391.
[7] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, Scritti, Volume 1, Einaudi, Torino, p. 249.
[8] J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1996, p. 27.
[9] Aristotele, Etica Nicomachea, Bompiani, Firenze, Milano, 2017, p. 255.
[10] Si veda https://www.youtube.com/watch?v=yTdTfLJg1pI&t=1588s
[11] J. Lacan, Televisione, p. 535.
[12] J. Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, p. 37.
[13] J. Lacan, Televisione, cit., p. 518.
[14] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino,1983 e 2011, p. 77.