Il “non c’è” della psicoanalisi

Adele Succetti

Nel suo Seminario XIII, L’objet de la psychanalyse, da poco uscito in francese, Lacan ci dice chiaramente a cosa aspira colui che si rivolge a uno psicoterapeuta: “l’aspirazione prima del soggetto psicologico è di presentare al desiderio dell’Altro quell’oggetto fallace che è la sua immagine di sé”[1]. Il soggetto psicologico vuole essere “confortato”, vuole la conferma che la sua immagine di sé vada bene, che sia accettabile per l’Altro, il che significa che rientri in quella che lui ritiene essere la norma. A questa aspirazione le psicoterapie rispondono con un sapere pseudo-scientifico che si vorrebbe universale, cioè valido per tutti, e che si sostiene sul mito dell’uomo normale. Come però indica Lacan più avanti nello stesso Seminario, la psicologia si fonda sulla funzione immaginaria, quella dello stadio dello specchio, “in quanto ciò che supporta radicalmente l’identificazione narcisistica, il rapporto microcosmo-macrocosmo”[2]. In questo senso, per le psicoterapie, il soggetto e il suo mondo si corrispondono, fra loro c’è un rapporto, una proporzione rispetto a cui il soggetto che chiede vuole una conferma dall’Altro, un Altro che sa al suo posto e che, così facendo, si assume la sua causa.

La psicoanalisi, invece, permette al soggetto che chiede un altro tipo di esperienza, sicuramente meno confortante in quanto lo rinvia sin dalle prime battute alla propria responsabilità soggettiva, responsabilità rispetto a ciò di cui si lamenta e rispetto alle proprie credenze. L’esperienza analitica, oltre a non essere riconfortante, apre però a possibilità inedite, vale a dire all’invenzione; essa permette infatti a colui che chiede di “ricominciare” in modo diverso. Questo perché, come indica Lacan, nel suo Seminario Ancora, “il discorso analitico si regge sull’enunciato che non c’è, che è impossibile porre il rapporto sessuale. Ecco in cosa consiste l’avanzata del discorso analitico. A partire da qui, esso determina lo statuto effettivo di tutti gli altri discorsi”[3]. Il discorso analitico si regge, in altri termini, sull’insieme vuoto[4], sull’insieme che rappresenta la non-esistenza del rapporto e che esprime l’incompatibilità tra l’Uno del godimento e l’Altro del senso.

Se teniamo conto di questi ultimi sviluppi dell’insegnamento di Lacan possiamo cogliere meglio quanto egli afferma nel suo discorso di chiusura del Congresso dell’École Freudienne di Paris – Strasburgo 13 ottobre 1968 – dedicato a Psicoanalisi e psicoterapia. Innanzitutto Lacan segnala il rischio in cui talvolta l’analista incorre e che è la tentazione di diventare un “clinico”. Tentazione è un termine molto forte… possiamo supporre che, come tutte le tentazioni che si rispettano, si tratti di un vero e proprio godimento narcisistico, un godimento di padronanza. Ma cosa significa questa cosa? Da un lato, Lacan ci dice che “un clinico si separa da ciò che si (ça) vede per indovinare i punti-chiave e mettersi a tamburellare sulla tastiera”. Da un lato il clinico si separa dai fenomeni che si producono (e che si vedono), pensa, classifica, indovina e tamburella, ci mette le mani…. soprattutto quando ha una certa esperienza nella conduzione della cura, un savoir-faire. Dall’altro lato, per evitare questo rischio, Lacan suggerisce che il fatto “di non potervi mai ritenere completi nella vostra comprensione (appréhension) dell’oggetto, questo da solo vi eviterebbe” di cadere nella trappola del clinico.

Il savoir-faire del clinico tutto, del clinico completo, che sa, ad ogni modo, va evitato perché, aggiunge Lacan, “quello che c’è di più vero in voi, fa parte di questa tastiera. E naturalmente, dato che non si tocca con la punta delle dita ciò che si è, quando si è proprio, come si dice, sul tasto[5] quando si è il tasto stesso, state certi che alla vostra tastiera manca sempre qualcosa ed è proprio questo ciò con cui avete a che fare. È perché manca sempre qualcosa alla vostra tastiera che, l’analizzante, non lo ingannate, perché è proprio in ciò che vi manca che lui potrà ribaltare ciò che, a lui, nasconde il suo. Sarete voi a servirgli da discarica”. Questo significa che assumere la propria mancanza, sapere che c’è, che qualcosa manca sempre alla tastiera è proprio ciò che permette all’analizzante di rovesciare quello che la copre e iniziare a scorgere qualcosa della propria mancanza. Questo oggetto-mancanza potrà poi depositarlo presso l’analista che assumerà, allora, la funzione di discarica, di rigattiere, che quindi sarà lasciato come un oggetto scarto.

Proprio a questo riguardo, J.-A. Miller afferma che “non si riesce a suonare la propria nota, la nota che si è. È proprio questo che fa sì che l’analizzante possa cadere in ciò che manca all’analista, e che fa cadere in questa mancanza di struttura dell’analista ciò che, a lui, nasconde la sua mancanza”[6]. Lo psicoanalista deve cioè tener conto del fatto che è fondamentalmente lo strumento di un discorso e, in un certo senso, dell’atto (insensato) stesso che è alla base di tale discorso. La specificità della posizione dell’analista, dice ancora Miller, è che si trova sempre in due posti diversi: “da un lato egli è parte integrante del legame, e si può addirittura dire che l’analizzante sia la parte coinvolta, e allo stesso tempo egli è il luogo, e che lì è molto difficile per lui stabilire un legame tra il legame e il luogo”. L’analista è al contempo il protagonista e il coro che fa presente il luogo, che lo fa esistere, senza, però, identificarsi troppo con il legame per “non lasciarsi assorbire da esso”. Questo, come vedremo meglio, non succede nella psicoterapia, dove il terapeuta, che si colloca in una posizione di sapere cos’è il bene dell’altro, non ha questo margine e, quindi, non lo lascia aperto per l’altro.

Lacan termina il suo intervento con questa frase complessa: “La differenza (tra psicoterapia e psicoanalisi), perché non dirlo in questo modo, è che una psicoterapia è un tripotage (intrallazzo/broglio) una tastata riuscita, mentre la psicoanalisi è un’operazione nella sua essenza destinata al fallimento. Ed è questa la sua riuscita.” A differenza della traduzione intrallazzo/broglio che in linea di massima è corretta, soprattutto dopo quanto Lacan ha detto della tastiera e del tasto, mi sembra che tripotage possa essere tradotto anche letteralmente, ovvero tastata, palpata. Tripoter, infatti, significa palpare, maneggiare, trafficare…. Che assomiglia molto a chi smanetta sulla tastiera, obnubilato dal proprio sapere clinico, senza aver fatto i conti, invece, con la funzione dell’oggetto a e con gli elementi propri del discorso analitico, che Lacan ha evidenziato nel suo intervento. La psicoterapia è sempre più diffusa soprattutto da quando, dopo l’invenzione della psicoanalisi, ci si è resi conto che parlare ed essere ascoltati fa bene, “che essere ascoltati vi fa passare il disagio”. Questa, però, è una sorta di mela avvelenata: parlare fa bene, come i farmaci, ma il benessere non ha nulla a che fare con il ben-dire analitico. Far bene, con le parole o con i farmaci, è, effettivamente, una tastata riuscita… che alimenta il sintomo e lo rinforza. Si colloca a livello immaginario: dare quello che si crede l’altro domandi o di cui ha bisogno o, peggio ancora, dirigere la sua vita a partire dal proprio io. In altri termini, fare il padrone, lisciando per così dire il pelo… La psicoanalisi, invece, per sua essenza, è un’operazione destinata al fallimento in quanto, facendo entrare in gioco la mancanza (rater) a tutti i livelli permette che qualcosa cambi, che si produca una sovversione e, con questa, l’apertura di uno spazio nuovo in cui il soggetto, se lo vuole, può trovare un nuovo rapporto tra il senso e il godimento.

J.-A. Miller termina la sua lezione con queste parole che, a mio avviso, ci indicano il cuore della tentazione dell’analista a diventare clinico: “La tesi di Lacan al riguardo è che ciò che spinge gli analisti a rinnegare il discorso analitico, a sminuirlo, a smussarne i contorni, a vederne solo la dimensione clinico-terapeutica, ciò che li pone in questa posizione, è il desiderio di allontanare da sé la promessa di rifiuto che il discorso analitico comporta per l’analista. È il desiderio di allontanare da sé ciò che deve accadere alla fine di un’analisi, ovvero che essi restano effettivamente fuori gioco.”

L’affermazione di Lacan secondo cui “la psicoanalisi è un’operazione […] destinata al fallimento. Ed è questa la sua riuscita”, in un certo senso, è la verità stessa che emerge dall’esperienza della psicoanalisi: non c’è rapporto, c’è il non-tutto, come dirà Lacan qualche anno dopo in Televisione: “Quel fallimento in cui consiste la riuscita dell’atto sessuale”.[7]  Il fallimento, infatti, è un nome dell’incurabile che risponde al significante della mancanza nell’Altro: S(Ⱥ) e che specifica l’esperienza analitica a differenza, invece, della psicoterapia, che suppone e mantiene un Altro consistente e che esiste.

[1] J. Lacan, Le Séminaire. Livre XIII. L’objet de la psychanalyse, texte établi par J.-A. Miller, Seuil & Le Champ freudien, Paris, 2026, p. 141.
[2] Ivi, p. 216.
[3] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, testo stabilito da Jacques-Alain Miller, ed. italiana a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2011, p. 9.
[4] Cfr. L. Solano, “L’insieme vuoto è il luogo dell’inesistente”, in J.-A. Miller (a cura di), Scilicet. Non c’è rapporto sessuale, Panozzo editore, Rimini, 2025, pp. 273-274.
[5] In francese être sur la touche significa: essere in una posizione di non-attività, o anche in disparte.
[6] J.-A. Miller, Le lieu et le lien, Cours de l’Orientation lacanienne, inédit, 15 novembre 2000.
[7] J. Lacan, “Televisione”, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 531.

newsletter n.42: Il “non c’è” della psicoanalisi 

 

newsletter n.42: Il “non c’è” della psicoanalisi 

 

newsletter n.42: Il “non c’è” della psicoanalisi 

 

newsletter n.42: Il “non c’è” della psicoanalisi 

 

newsletter n.42: Il “non c’è” della psicoanalisi