Il significante e gli insignificanti

Fabrizio Fino

Un giovane che frequenta regolarmente il mio studio mi racconta che al giorno uno di università alla facoltà di psicologia, all’insegnamento uno, di psicologia generale uno, la docente afferma che c’è una grande differenza tra quello che fanno gli psicologi e quello che fanno gli influencer sul web perché il web non è regolamentato da nessuna autorità mentre la psicologia è validata dal metodo scientifico. Io quasi svengo, ma non dico nulla. Lui, che è un ragazzo molto sveglio, ci metterà poche settimane a capire l’entità della stupidata che ha dovuto ascoltare.

Nella facoltà di psicologia si sono già preoccupati di mettere in chiaro che non sono degli influencer: è evidente che ce n’era bisogno.

La psicologia, come dice la docente all’università, e le psicoterapie, come conseguenza diretta, si sostengono aggrappandosi al metodo scientifico che farebbe da garante. Il metodo scientifico in psicologia si basa sull’uso di un processo rigoroso e sistematico per studiare il comportamento e i processi mentali. Si articola in diverse fasi, tra cui l’osservazione sistematica, la formulazione di un’ipotesi verificabile, la pianificazione e l’esecuzione di uno studio controllato (ad esempio, attraverso esperimenti, sondaggi o studi di caso), l’analisi statistica dei dati raccolti e l’interpretazione e comunicazione dei risultati.

Tra i vari canali di divulgazione ci sono i social, che sono canali tecnologici più gettonati nella modernità. Lì si accende la battaglia con gli influencer, con i wellness influencer, che parlano delle stesse cose di cui tratta la psicoterapia: ansia, burnout, fobie, attacchi di panico, …#adhd. C’è una battaglia aperta a suon di hashtag: parola (o sequenza continua di parole) preceduta dal simbolo #, usata nell’ambito dei social network per categorizzare e rendere ricercabili contenuti correlati. Parole che funzionano perché le usano in tanti. Non sono cercate per quello che vogliono dire e perdono il loro significato. Non definiscono niente di quello che dice un soggetto. Sono degli insignificanti.

Quindi…

Quindi riprendo la formula “il significante si articola dunque per il fatto di rappresentare un soggetto presso un altro significante”[1], attraverso la quale il soggetto viene definito solo da quello che dice. Il senso di quello che dice è stabilito dalla connessione con quanto ha già detto in passato e con ciò che potrà eventualmente dire in futuro. In psicoanalisi, il soggetto non ha una natura che possa essere conosciuta da qualcuno o possa essere spiegata da una qualche teoria.

Il soggetto diviso indica la condizione soggettiva di chi sperimenta il vacillamento delle sue certezze poiché il sintomo non tiene più, non risponde più in modo adeguato.

Per le psicoterapie questa discrepanza viene considerata come un errore di pronuncia, un bias cognitivo, un qualcosa da correggere o da normalizzare, un’area di funzionamento da implementare, o alla meno peggio qualcosa a cui dare significato: lo scopo può essere genericamente quello di riportare il paziente ad un equilibrio.

Le psicoterapie riguardano il sapere naturale.

“Lo psicoanalista prende il suo avvio da una svolta che è quella in cui il sapere si depura (s’épure) da tutto quel che potrebbe creare ambiguità con un sapere naturale, ossia preso da un qualcosa che dovrebbe guidarci nel mondo che ci circonda grazie a chissà quali antenne capaci di orientarci fin dalla nascita.”[2]

Per la psicoanalisi invece è questa discrepanza che permette la nascita del soggetto, del soggetto diviso. È da lì che emerge un significante S1 dalla batteria dei significanti che ci sono già. È lì che è interessante andare a ficcare il naso. “S1, viene a rappresentare qualcosa, tramite il suo intervento nel campo definito, là dove ci troviamo, come il campo già strutturato di un sapere. E ciò che è il suo supposto, è il soggetto, in quanto rappresenta quel tratto specifico che va distinto dall’individuo vivente”[3].

“Vi sono strutture…. adatte a caratterizzare ciò che avviene in conseguenza della relazione fondamentale, quella che definisco da un significante a un altro significante. Da cui risulta l’emergere di ciò che chiamiamo soggetto – a partire dal significante che, all’occorrenza, funziona come ciò che rappresenta questo soggetto presso un altro significante.”[4]

Infatti “niente accomuna il soggetto della conoscenza e il soggetto del significante. Non c’è verso di sfuggire a questa formula straordinariamente ridotta – che c’è qualcosa al di sotto”[5].

[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi, Biblioteca Einaudi, Torino, p. 53.
[2] Ivi, p. 51.
[3] Ivi, p. 6.
[4] Ivi, p. 5.
[5] Ivi, p. 53.

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