Jacques Lacan

testo stabilito da J.-A. Miller, ed. italiana a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2010.

“… non ci sentiamo in grado di rispondere quando siamo chiamati come direttori di coscienza. Questo atteggiamento, di cui ciascuno può provare la pertinenza ogni volta che non trascura se stesso a profitto di qualcuno, o non si pone da moralista o da onnisciente, è anche la prima condizione da esigere da quel che si può chiamare uno psicoterapeuta – la psicoterapia deve avergli insegnato i rischi d’iniziative così arrischiate.

È precisamente da una rinuncia a ogni presa di posizione sul piano del discorso comune, con le sue profonde lacerazioni, quanto all’essenza dei costumi e allo statuto dell’individuo nella nostra società, è precisamente dall’evitamento di questo piano che l’analisi è partita. Essa si attiene a un discorso differente, iscritto nella sofferenza stessa dell’essere che abbiamo di fronte, già articolata in qualcosa che gli sfugge, i suoi sintomi e la sua struttura – in quanto la nevrosi ossessiva, per esempio, non è semplicemente dei sintomi, è anche una struttura. La psicoanalisi non si pone mai sul piano del discorso della libertà, anche se questo è sempre presente, costante all’interno di ciascuno, con le sue contraddizioni e le sue discordanze, personale pur essendo comune, e sempre, impercettibilmente o no, delirante. La psicoanalisi riguarda altrove l’effetto del discorso all’interno del soggetto”. (pp. 158-159)