Jacques-Alain Miller

ne La Psicoanalisi, n. 8, Astrolabio, Roma, 1990, pp. 136-153.

“In questa lista lacaniana delle passioni dell’anima niente implica d’altronde che occorra staccarsene. La tristezza è la prima che egli affronta, e in modo tradizionale poiché Cicerone nelle sue Tusculanes fa una lunga descrizione del dispiacere, in cui possiamo certamente riconoscere ciò che denominiamo depressione. Perché Lacan preferisce tristezza a depressione? Perché la depressione è relativa alla tensione vitale, all’apprezzamento della qualità psicologica. E per far uscire l’affetto dalla psicologia e farne un affetto del soggetto – bisogna dirlo, lasciando di stucco l’avversario –, ne fa una colpa morale. Certamente, non bisogna neanche prenderlo nel senso più letterale! – i nostri pazienti non vanno dallo psicoanalista per incontrare un predicatore morale che dica loro: “Lei è depresso, è una viltà!”. Piuttosto bisogna intendere questa “colpa morale” riferendosi a Dante e a Spinoza, che implicano il soggetto nell’emozione, e come soggetto della scelta.
Aggiungiamo che qui il termine morale ha valore in riferimento all’etica, in quanto essa concerne il rapporto con il godimento. Per questo Lacan definisce la sua etica come un’etica del ben-dire. Poiché che cosa è il ben-dire? Non è il maneggiamento del significante per il significante, ma precisamente l’accordo del significante e del godimento e la loro messa in risonanza. L’etica del ben-dire consiste ad accerchiare, a stringere, nel sapere, ciò che non può dirsi. Per questo Lacan fa della tristezza un affare di sapere. Quando il sapere è triste, è impotente a mettere il significante in risonanza con il godimento, quel godimento resta esterno. Ed è proprio perché, per Lacan, la tristezza è relativa a quell’accordo del significante e del godimento, e dunque un affare di sapere, è perché egli ha cominciato col definire la tristezza come un sapere mancato, che egli può dire che, all’opposto della tristezza, c’è il gaio sapere.”